Norvegia, nazionalista, massone e anti islam Il killer di Utoya: "Atto atroce ma necessario"

Anders Behring Breivik, 32enne norvegese e fondamentalista cristiano, ha
confessato Il movente: l’odio per un governo troppo debole verso
l’immigrazione musulmana

Freddo come il ghiaccio, spietato come i killer dei suoi videogiochi. «Un atto atroce ma necessario». Così, secondo quanto riferito dal suo avvocato, Anders Behring Breivik, il 32enne terminator di Utoya, avrebbe definito il suo folle gesto. Un androide caricato ad odio ed ideologia, mosso da una mente implacabile come il software di un videogioco. Certo odia i musulmani, esalta i valori nazionali, sbava per Geert Wilders, il politico olandese nemico di tolleranza e multiculturalismo. Ma nel frullato ideologico che gli mina il cervelletto c’è spazio per tutti.

Sogna un ritorno al cristianesimo delle origini, ma non nasconde l’ammirazione per una massoneria di cui veste i grembiulini e canta le lodi. Come dire il diavolo e l’acquasanta. Per non parlare dell’ammirazione riservata a Winston Churchill, nemico numero uno dei nazisti e a Max Manus, combattente simbolo della resistenza norvegese.

Dunque vallo a pescare il crogiuolo ideologico in cui deflagra il terminator Anders, che ieri sera ha confessato alla polizia di essere l’autore della strage, ammettendo che «era stata pianificata da diversi mesi». Certo seguendolo nel suo cammino verso Oslo e il macello di Utoya qualcosa possiamo capire. Come Timoty Mc Veigh, il bombarolo di Oklahoma City, Anders rincorre il capolinea della follia lungo il tortuoso sentiero dell’odio e del risentimento. Per lui il governo laburista è l’immagine di una Norvegia fiacca, prona di fronte all’invasione musulmana, incapace di esprimere i valori nazionali. La sua è la rabbia di un lupo solitario. Non frequenta i circoli dell’estremismo naziskin, non tira cinghiate agli immigrati. Terminator Anders vive con mamma in un appartamentino di mattoni.

Abbozza idee e disagi su Document, il sito internet in prima linea nella guerra al multiculturalismo. «Il 13 per cento dei giovani musulmani s’ispira ad Al Qaida» scrive. «L’80 per cento dei musulmani sarà anche moderato, ma ne basta un pugno per tirar giù un aereo». A dargli retta quel sito deve far nascere la versione norvegese della European defence league inglese. Ma la proposta muore senza trovar sostenitori. Più pericolose delle idee si dimostrano i fatti.

Nella fattoria affitta appositamente il 17 aprile scorso Terminator Anders mette in cantina sei tonnellate di fertilizzante, le trasforma nel concentrato di nitrato d’ammonio destinato a sventrare il cuore di Oslo. E intanto pulisce la Glock, olia il fucile automatico, frequenta con febbrile costanza un poligono di tiro. Nessuno ci bada. La sua unica macchia è una multa nel traffico. Sembra uno dei tanti svitati che si sfoga tirando al bersaglio e rovesciando banalità su internet. Anche le 6 tonnellate di fertilizzante sono in fondo «quantità normali per una media fattoria» spiegano alla Felleskjoepet Agri, la ditta che a maggio gliele consegna a domicilio.

Dietro tutta quella normalità si cela il sogno di sterminare gli eredi dell’attuale classe dirigente, d’impedire il futuro ricambio del partito di governo. Ma non lo possono capire né i lettori di Document, né la polizia, né i venditori di fertilizzanti. Lo sa solo lui. Lo spiega con una frase di Stuart Mills affidata al proprio profilo di Twitter. «Una persona con un credo è forte come 100mila mosse solo dall’interesse».

Il suo credo è quella bomba capace di distruggere la città, confondere la polizia, nascondere in una nebbia di fumo e sangue e malintesi la corsa verso l’isola mattatoio. Anche la divisa da poliziotto è un simbolo. Con quella addosso è l’angelo sterminatore travestito da salvatore. L’agente che tende la mano ai ragazzini spaventati per trucidarli uno a uno. Il vendicatore che li insegue gridando «questo è solo l’inizio».
Ed alla fine Anders manco s’uccide. Ha solo iniziato. È Terminator. La sua missione non è ammazzare. La sua missione è salvare il mondo.