Nostalgia di un alleato

Mettiamola giù chiara subito: è la prima volta che un presidente degli Usa in visita all’Italia si aspetta contatti così difficili e contorti come quelli che attendono George Bush a Roma il 9 giugno. Ed è anche la prima volta che i fili residui di consonanza fra due così vecchi partner conducono non ai partiti e agli uomini di governo ma al leader dell’opposizione. Ho detto fili residui perché sono quello che rimane degli sforzi compiuti nel passato quinquennio da Silvio Berlusconi, come presidente del Consiglio e per un certo periodo anche come ministro degli Esteri oltre che del suo predecessore Renato Ruggiero e del suo successore Gianfranco Fini, per ritagliare all’Italia un ruolo di interlocutore in qualche modo lecito «privilegiato» nei confronti del grande alleato d’oltreatlantico.
Lo dimostra il fatto che l’uomo di Washington, reduce da un vertice G8 in Germania che si preannuncia particolarmente difficile, si attende dal suo transito romano ulteriori motivi di irritazione, con due oasi di ristoro: quella grande di Benedetto XVI e quella intima di Berlusconi. È difficile sottrarsi all’impressione che questo «incontro fra vecchi amici» si colorirà di nostalgia, soprattutto da parte americana, per i tempi in cui a Roma si trovava conforto e comprensione nei più ardui frangenti, sempre presenti sulla rotta dei rapporti transatlantici.
Nostalgia con poche possibilità di redimersi in un recupero di quel passato, perché, mentre è perfettamente possibile che «l’amico Silvio» torni presto al timone della politica italiana è certo che il turno dell’«amico George» si avvia alla conclusione definitiva, imposta dalle scadenze istituzionali prima ancora che dalle accresciute difficoltà interne.
Ma il tempo concesso ai rimpianti è necessariamente limitato. Per il momento l’Italia che si appresta a dare il «benvenuto» al presidente americano è per lui poco meno di un terreno minato. Basta ascoltare o leggere le dichiarazioni degli uomini attualmente al governo, compresi i più responsabili, per rendersene conto. Leggiamo che George e Laura Bush arriveranno in una Roma «blindata». Ci ammoniscono che Roma potrebbe continuare Rostock, su cui aleggia «il fantasma di Genova» di sei anni fa. Gli slogan dell’ultrasinistra, e non solo di quella, sono molto più pesanti di allora, di quell’incontro fra leader psicologicamente dominato da un «momento magico» di fiducia fra la comunità atlantica e la Russia di Putin, il primo vero G8 cresciuto sul lavoro dei G7 ma anche l’ultimo prima che l’assalto del terrore a New York cambiasse tutti i termini dell’equazione fondamentale dei rapporti internazionali.
«La situazione - per ripescare un’espressione cara al vecchio Adenauer - non è mai stata così seria». Di nuovo l’America e l’Europa sono in rotta di collisione con Mosca, una storica e insperata «luna di miele» pare sul punto di chiudersi, le operazioni militari non vanno bene né nel «teatro di scelta» irakeno né in quello obbligato dell’Afghanistan. Tony Blair, controverso e brillante, saluta tutti a malincuore prima di ritirarsi dalla scena.
Ci sono, sì, novità positive: il consolidamento di Angela Merkel nonostante i turbamenti delle violenze di Rostock e dintorni, le speranze sollevate dal debutto di Nicolas Sarkozy. Germania e Francia sono e restano i pilastri della costruzione europea e del ponte sull’Atlantico. Ma l’Italia è ridiventata, per varie ragioni, un «caso difficile», per certi aspetti addirittura un difficile paziente. La coalizione imperniata su Romano Prodi è diventata un «governo preelettorale» prima ancora di smettere di essere un «governo post elettorale».
«Incidenti» nuovi fra le montagne afghane si sono sommati, inasprendoli, ai problemi vecchi, germogliati sulle sabbie dell’Irak o nella giungla della «guerra al terrore». Contenziosi mai particolarmente bilaterali ma semmai comuni, come quelli ecologici, si inveleniscono al contatto con altri, fra dipartimento di Stato e Farnesina i rapporti mai furono più freddi, il governo oscilla fra le contraddittorie tentazioni insite nella sua formula. Li riassume un uomo pacato come Fassino, che è costretto a contorcersi fra i richiami alla «riservatezza» e il cavillo secondo cui la partecipazione di un ministro in carica a una manifestazione di protesta non impegna il governo.
Alberto Pasolini Zanelli