Nostalgia canaglia: l’Italia non è la Cina

Per quasi un mese sono stato in Cina per le Olimpiadi. Ho preso aerei, treni, metropolitane, non sono mai partito né arrivato in ritardo. Da ieri sono tornato in Italia e il primo Eurostar su cui sono salito ha subito accumulato quaranta minuti di ritardo. Ha dovuto prestare soccorso a un treno confratello che aveva esalato l’ultimo respiro sulla stessa linea, in aperta campagna... Si dirà che la puntualità è una virtù dei regimi autoritari, e infatti anche ai tempi del Duce i treni arrivavano in orario... E tuttavia non si capisce per quale motivo democrazia debba far rima con sciatteria, inefficienza, menefreghismo.
Nel mio mese cinese ho imparato ad apprezzare la cortesia dei commessi, il desiderio di venirti in aiuto, la voglia di fare, il voler migliorare. Appena sceso a Linate, un primo tassista si è rifiutato sdegnato di prendermi a bordo: non andavo dove voleva andare lui. Il secondo lo ha fatto di malavoglia, e per tutto il tragitto si è lamentato contro un traffico che non c’era. Alle dieci di sera ho cercato un ristorante vicino casa, l’ho trovato, era aperto: «La cucina ha già chiuso» mi ha detto il cameriere. «Ma c’è scritto che si può cenare sino alle 22.30» ho cercato di obiettare. «Sì, però l’ultima comanda è alle nove e mezza» mi ha risposto impassibile.
Stando all’estero, si sa, si soffre sempre di nostalgia. Ci si dimentica dei difetti, si ironizza sulle mancanze della nazione che in quel momento ci ospita, si diventa sentimentali e un po' ci si commuove. Eppure, come si rimette piede sul suolo patrio, in un attimo la commozione si trasforma in imprecazione. Se vai alle Poste, sono più gli sportelli chiusi che quelli aperti, se vai all’anagrafe devi mettere in preventivo di perdere la mattinata... Siamo un Paese strano, benedetto da Dio per molti versi, ma facciamo finta che si tratti di un atto dovuto, per il quale nulla deve essere dato in cambio.
Non è sempre stato così. Negli anni Cinquanta, quando eravamo poveri ma belli e uscivamo da una guerra perduta, ci rimboccammo le maniche e demmo vita al miracolo economico. Cercavamo il riscatto, sapevamo cosa volesse dire sacrificarsi. Oggi siamo un Paese sazio, che ritiene di avere già dato e vorrebbe limitarsi a vivere di rendita anche se non può, e quindi accumula frustrazioni e risentimenti... Naturalmente, è sempre colpa di qualcun altro: del governo, dell’euro, della concorrenza cinese, di Bush, del destino cinico e baro. Quando riusciremo a capire che la colpa è soltanto nostra, non sarà mai troppo tardi. Sempre che qualcun altro ce ne lasci il tempo.