"Nostalgia del cinema? Nessuna. Tornerei solo con un film super"

La popolarissima attrice rivela: "Dico no a decine di copioni, non sono avida e alla quantità ho sempre preferito la qualità"

Roma - Prima di ammirare lei, si è costretti ad ammirare il parco della sua famosa villa sull'Appia Antica: un paradiso terrestre dove, tra alberi d'alto fusto, cespugli e siepi a non finire e un placido laghetto dalle acque turchine come i capelli della Fata che incarnò in Pinocchio, passeggiano slanciate le gru, indugiano vanitosi i pavoni e fuggono spaventate le cicogne. Poi, sulla soglia del maniero, appare lei. Una Gina più radiosa che mai, in un tailleur topazio costellato di macchie color rubino che sembrano artigli di tigre, orecchini e collier d'oro antico vagamente aztechi che con gran cortesia fa gli onori di casa. Riservandosi la battuta introduttiva, più ironica che affettuosa: «Dio, che noia i compleanni... come se gli auguri si dovessero fare a scadenza fissa. Ne avremmo bisogno ogni giorno!».

Cara signora, mi creda, non sono qui per la celebrazione dei suoi ottant'anni ma semmai per un bilancio. Sia sincera: non ha nostalgia del cinema?
«Nemmeno un po'. Tanto è vero che, nonostante mi arrivino decine di copioni dall'Italia, la Francia e gli Stati Uniti, continuo instancabile a dire di no».

Come mai?
«Per convincermi a tornare, dovrei imbattermi in qualcosa d'eccezionale. Avida di denaro non sono. E alla quantità ho sempre preferito la qualità. Fin da quando rifiutai di girare quell'anonimo kolossal hollywoodiano intitolato La caduta dell'impero romano per interpretare Mare matto, il bel film di Castellani dove apparivo come la più brutta creatura mai vista in terra dopo i dinosauri. Un azzardo che molti, a cominciare dai miei fans, faticarono a perdonarmi mentre a Venezia la giuria del Festival esplose in grida d'ammirazione».

Eppure si è parlato di un suo ritorno...
«Erano poche pose in un film di classe, questo sì. Ma con una sceneggiatura da riscrivere da cima a fondo. Inadatta a me che, sul set, ero abituata a tener tutto sotto controllo. E non solo i dialoghi, i costumi e il trucco. Ma le inquadrature, l'ambientazione, le luci...».

A rischio di farsi odiare da colleghi e maestranze?
«O si è professionisti o si è dilettanti. Per me, che venivo dal liceo artistico e sognavo una carriera di pittrice, fare del cinema era solo un momento di passaggio. Ma una volta coinvolta nell'ingranaggio non potevo sottrarmi alle mie responsabilità».

Come le capitò a Hollywood con George Cukor?
«Quello è un episodio ignorato dai più. Per Lady L., il film che dovevamo girare insieme, la MGM aveva le idee chiare. Costumi d'epoca, arredi preziosi, una Parigi di princisbecco stupendamente ricreata in studio. L'unico che non sapeva cosa fare di me e Tony Curtis era invece il maestro che riscrisse sette volte la sceneggiatura tenendoci impegnati sei mesi senza girare nemmeno un metro di pellicola».

Cominciò allora a disamorarsi dello schermo?
«Con gli anni, compresi che era più importante guardare il mondo osservando la vita invece di concentrarsi sul proprio ego. È sciocco sprecare il tempo col ricciolo sulla gota, sfinirsi ai balli di corte a Montecarlo o brigare per un premio inutile, non trova?».

E allora arrivò la fotografia...
«Avevo sempre fermato i miei ricordi nell'occhio meccanico della camera. Prima di capire che il mio posto non era dietro ma davanti alla macchina da presa. Non appena me ne resi conto, di colpo ogni incertezza che mi aveva bloccato svanì e cominciai impavida a girare il mondo con la mia Leika a tracolla».

Scoprendo bellezza e ricchezza del nostro pianeta?
«Bellezza e ricchezza da un lato, terrore e miseria dall'altro. Tanto che presto registrare unicamente immagini non mi bastò più ed accolsi con gioia l'invito dell'Unicef e della Fao ad occuparmi della fame nel mondo, il problema più spaventoso».

Di quali Paesi ha un ricordo incancellabile?
«Dell'India dove ho avuto la fortuna di convincere Indira Gandhi ad essere protagonista di un documentario sul suo apostolato. Un'esperienza straordinaria che ho ripetuto a Cuba con un ospite d'eccezione come Fidel Castro».

Tra tante soddisfazioni, non si è mai insinuata una delusione?
«Vuol scherzare? Non essendo più tutelata come attrice dalla casa di produzione, ho dovuto affrontare incidenti a catena, evitare truffe, estorsioni, tollerare intimidazioni».

Ma non mi dica...
«È facile approfittarsi di una donna sola. E tanto più di una come me che, fin dai primi passi nel cinema, poteva contare soltanto su se stessa. Come dice Zeffirelli, uno dei miei amici più cari, che mi considera una miracolata».

Può citarmi qualcuno di questi... come dire, imprevisti?
«Quando mi recai a Manila su espresso invito di Imelda Marcos, dato che non volevo limitarmi a immortalare paesaggi e situazioni obbligate, la signora tentò di bloccare il mio cachet e fece di tutto per impedirmi di constatare le vere condizioni del suo popolo. Ahimè, non si è trattato di un episodio isolato».

Non le si perdona di avere più frecce al suo arco...
«È probabile. Ma io non mi arrendo. Chiunque può criticarmi, ma nessuno ha il diritto di fermarmi».

Torniamo allo spettacolo. Come mai lei, che ha cantato a Las Vegas davanti alla Fitzgerald, non ha mai fatto del teatro?
«Ci sono andata vicino con La rosa tatuata, una superproduzione di Broadway non andata in porto per un caso fortuito: il decesso del producer».

È il più acuto rimpianto?
«No, il più acuto è la scomparsa del film sulla mia vita girato da Orson Welles, il genio dei geni».

E le sue nozze mancate non l'addolorano?
«Festeggio lo scampato pericolo».

Lo dice con ironia?
«No, lo dice con coscienza di causa una donna che professionalmente ha avuto tutto e sentimentalmente niente. Un destino che accetto in umiltà. A meno che, come dice Rossella O'Hara, domani non sia un altro giorno».