La nostalgia d’Italia vive a un passo dal confine

Ci sono città che ci piacciono e altre no. Accade come quando si prova simpatia o antipatia per le persone. L’ho scoperto da quando ragazzo mi lasciavo andare in auto verso derive psicogeografiche. Alcune città mi “rifiutavano”, altre sembrava mi “chiamassero” per accettarmi all’istante fino a proteggermi e adottarmi. Tra me e loro non c’erano mediazioni, tutto accadeva per empatia proprio come succede a corpi provvisti entrambi di sensi e vita biologica e interiore. Con gli anni sono riuscito a catalogare le città e la loro forza magnetica o repulsiva anche in base alla distanza dall’Italia, soprattutto rispetto ai confini. Il tempo e l’esperienza mi hanno permesso di approfondire questo (per me, ma credo per tutti) straordinario rapporto.
Ho preferito Siena a Firenze. La prima concentrata in piazza del Campo, nell’esplosione del Palio; la seconda: prima Manhattan del Rinascimento, dunque il più bel “Caffè” all’aperto dell’Occidente. Quando andai a Trieste era il 1964. Ero un bimbetto di prima elementare ma non mi sfuggì l’anima di questa Dama bianchissima appesa come uno scalatore assiderato alla corda della parete. Infatti erano passati solo dieci anni (1954) da quando Tito l’aveva lasciata in pace. Per non dire di Lubiana: una cicatrice lunga e lattiginosa. Provai uno struggimento intraducibile ad attraversarla. Non lo sapevo ancora, ma erano le città un tempo italiane e ora non più che chiedevano e offrivano, come corpi slogati, fratturati, denutriti, cibo e carezze. Anche Fiume, per pudore o vedovanza, era ricoperta da uno strato di bitume. L’esaltata Fiume l’incontrai in ginocchio.
A Salisburgo, dopo aver attraversato il Großglockner con il Parco Nazionale Alti Tauri, riuscii a resistere due ore. La città era una strega vestita a festa. Il Castello apparteneva agli impiccati e l’atmosfera irreale si alimentava nell’isteria del pubblico in maschera che sfilava per le vie in attesa dei concerti. Di Mozart nessuna traccia. Salisburgo era di cartapesta, sigillata in un trucco malefico lontano dai volti imbellettati e colorati che avrei visto ad Avignone e Arles. Poi seppi che la città austriaca era la patria di Peter Handke, lo scrittore pronto a inneggiare al suicidio.
Tra le città d’arte italiane, Urbino mi ha fatto sempre scappare dopo tempo massimo ventiquattro ore di soggiorno. Mi sentivo in prigione, tumulato nell’entroterra marchigiano come se il mare di Pesaro, Cattolica e Riccione non fosse a soli venti chilometri. Sentii la necessità di scrivere addirittura un romanzo per capire l’assedio, il movimento concentrazionario che imponeva la città ducale. Venni alla conclusione che Urbino ancora vive nella testa di Federico da Montefeltro rinchiuso nei segreti di Palazzo Ducale e nei dipinti di Piero della Francesca.
A proposito di Saturnia dovevo sapere che a Saturno non ero simpatico. Ogni volta che attraversavo su e giù l’Aurelia tiravo avanti di fronte all’indicazione: Saturnia. Invece un giorno sono entrato. Da stupido mi sono immerso nell’acqua bollente del cratere preistorico. Sentivo che stavo commettendo un grosso sbaglio. Infatti non mi lessavo in una banale vasca termale, bensì nel ribollimento degli umori di Saturno. Stavo profanando un occhio antico migliaia di anni. Intuivo senza capire l’errore. Ormai era troppo tardi. Lo sconfinamento nel sacro era avvenuto. Anche se gli altri bagnanti non pagavano dazio, il sottoscritto era destino dovesse pagare. Durante la notte ho rischiato di morire. I reni e l’intestino sono andati in tilt. Ma è stato questa estate a Nizza che ho compreso come le città che sono state nostre (lei l’abbiamo perduta con i trattati di Plombières del 1858 tra Cavour e Napoleone III) e ora giacciono sulla linea sottile del confine, producono le sensazione più lancinanti.
Pur stando a dieci minuti dall’Italia i nostri connazionali vivono a Nizza come esuli che non vedranno mai più il loro Paese. È un fenomeno curioso. Sembra che per loro la vicinanza produca lontananza. Anche per me è stato così. Loro, come il sottoscritto, a un chilometro dall’Italia si sentono scaraventati in Cina o in Australia. Pazzesco eppure ovvio. Chi è partito per il Nuovo Mondo ha tagliato il cordone ombelicale, chi invece è a un passo da casa muore di nostalgia come colui che ha l’amante nello stesso condominio ma gli è vietato vederla. Appena entrato in città volevo scappare via. A Nizza l’Italia è celata appena un millimetro sotto le facciate dei palazzi, dietro il colore del mare e del cielo. Nei primi cinque minuti i francesi cercano di importi il francese, al sesto minuto ecco la lingua italiana che emerge con gli italiani che sbucano come funghi. E se costoro non sono nati di qua da Mentone hanno padri e nonni sardi, molisani, liguri. A cena, al ristorante «Le Siecle», il cameriere di Monopoli si è messo a piangere e io con lui. Piangeva e mi serviva come un re. Mi ha fatto mangiare Cassolette de la mer, bere Louis Constant. È stato un abbraccio e uno strazio. L’indomani sono scappato.