Nostalgia dei prof di una volta che recitavano Dante a memoria

Anziché lezioni sulla fame nel mondo, bisognerebbe tornare a spiegare i classici che fondano la nostra cultura

Tra poco i ragazzi torneranno nelle aule scolastiche, e il pachiderma senz’anima descritto recentemente con impietosa lucidità da Ernesto Galli della Loggia si rimetterà in movimento, masticando circolari incomprensibili, leggine inutili, riunioni insensate, consigli di classe verbosi e assemblee di istituto ridicole, senza che niente riempia il vuoto che si è creato da diversi decenni, come un cratere, sotto i piedi di insegnanti e alunni. Il grembiule alle elementari, invocato dal ministro Gelmini, e anche il ritorno eventuale al voto numerico, riproposto con ragionamenti sottili dal ministro Tremonti, sono sicuramente provvedimenti utili, ma la loro efficacia sarà quella di una aspirina presa per curare un tumore.
La scuola italiana ha bisogno di interventi chirurgici. Asportare i suoi tre mali radicali, massificazione come livellamento verso il basso, gigantismo burocratico, nichilismo. Questo si può fare ricominciando a parlare di contenuti forti dell’insegnamento, e inducendo le famiglie ad accettare che il fondamento della scuola è la trasmissione del sapere, e non il parcheggio di pargoli per genitori distratti o indaffarati. Generazioni di meravigliose maestre «uniche» hanno insegnato ai bambini a leggere, a scrivere, a far di conto, a capire una poesia, a distinguere su una carta geografica le regioni dell’Italia, a sapere che sono esistiti uomini come Garibaldi o Cavour o Mazzini, grazie ai quali il loro stesso paese esiste. Queste maestre hanno assolto il loro compito concretamente, senza chiacchiere sociologiche, in forza soltanto della loro abnegazione e della loro passione.
Sono sicuro che esistono ancora maestre così, professori così. Il problema è che latita una classe dirigente cui importi qualcosa della cultura. E in particolare della cultura letteraria. Eppure la letteratura e la poesia, per secoli, senza aver niente a che fare con economia e mercato, sono state il midollo spinale di un popolo e di una civiltà. Sono state fonte di quell’umanesimo che oggi, in tempi di mercatismo e di nichilismo, soltanto la religione riafferma con vigore. Insieme al sapere una scuola vera trasmette senso della tradizione, spirito di appartenenza a una comunità linguistica e a una comune civiltà, rende i suoi allievi partecipi di una identità nazionale. Che tanto più in tempi di globalizzazione è necessaria per potersi aprire ad altre realtà, identità, civiltà senza perdere la propria anima. Dunque, che i ragazzi italiani e i figli degli immigrati che frequentano la nostre scuole imparino l’inglese (un po’ di francese non guasterebbe) e navighino in internet, ma sappiano che l’Italia è il «bel paese là dove ’l sì suona» da secoli e secoli, e che la lingua di Dante è lo strumento attraverso il quale si può esprimere la più complessa visione del mondo, e che nella sua storia ha irradiato per tutta l’Europa bellezza, musica, scienza, storia, poesia. Sino agli anni Sessanta, la letteratura aveva ancora un ruolo decisivo nella scuola. Alle medie, si leggevano l’Iliade e l’Odissea, i due libri fondatori della civiltà occidentale, nelle due prime classi delle superiori l’Eneide e I promessi sposi. Il legislatore, chiunque esso sia stato, che ha cancellato la centralità di Iliade e Odissea per sostituirli magari con pagine sparse sulla pace e sulla fame nel mondo ha compiuto in realtà un genocidio culturale. Senza Achille e Patroclo, Ettore ed Andromaca, Ulisse e Penelope, un ragazzo occidentale perde punti di riferimento capitali per il proprio essere, senza per questo diventare più pacifico e più solidale, come il dilagare del cosiddetto bullismo dimostra.
Oltre l’epica, c’erano le ore che chiamavamo di «antologia». Letture sparse di autori della grande tradizione italiana con qualche opportuno, utilissimo apporto di autori stranieri. Sulle pagine della mia antologia, al Ginnasio, fine anni Cinquanta, trovai per la prima volta i nomi di Eliot e di Montale. Nei tre anni delle superiori si studiava storia della letteratura. Spesso la parte storica prevaricava sulla bellezza dei testi. Spesso tutto si riduceva in una sfilza di date e titoli. Non idealizziamo la vecchia scuola, per carità. Ma lo studente riceveva in ogni caso gli strumenti per crearsi proprie preferenze e propri percorsi. Personalmente, ho sempre letto moltissimi poeti e romanzieri stranieri. Ma sono convinto che un italiano europeo e cittadino del mondo non può ignorare Dante, Petrarca, Boccaccio, l’immensa portata della loro opera, non può non aver letto almeno una pagina di Ariosto e Tasso, Machiavelli e Galilei, Goldoni e Parini, Alfieri e Vico, Foscolo e Leopardi, Porta e Belli, Manzoni e Verga, Carducci e Pascoli, Croce e D’Annunzio. Se invece non è ferrato su Baricco o su Villaggio, può sempre rimediare in edicola o in televisione. E se non si ricorda i versi di una canzone di Mogol o di De Gregori, ci sono cd a volontà per farglieli tornare alla mente. Ripristinare la lettura della tradizione vuol dire anche ripristinare la difficoltà. La sfida con se stessi, la prova di volontà, il sacrificio per andare oltre, il gusto del superamento di un limite. Le qualità che alle Olimpiadi fanno vincere medaglie alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. Certo, la scuola di massa non può creare tanto oro, ma che almeno non si limiti a distribuire inutili patacche di conoscenze effimere e di diplomi inutili. Tanti anni fa, quando ero professore, sentivo di non essere adatto alla didattica. Non mi piaceva correggere, interrogare, giudicare. Però facevo lezione con passione, leggevo Petrarca, Foscolo, Ungaretti per parlare direttamente all’anima di adolescenti fragili e sbandati. Con mio stupore, certi di loro, oggi adulti che non so se hanno mai letto un mio libro, se lo ricordano ancora.