La nostra denuncia fa indagare anche De Franciscis

Nostro inviato a Santa Maria Capua Vetere

Non lo hanno messo sott’inchiesta per le telefonate in cui chiedeva aiuto «alla camorra di Casale», e sono corsi a spedirgli un avviso di garanzia per una questione marginale, di gestione dei rifiuti. Il tutto s’è verificato solo ieri in straordinaria coincidenza con le polemiche sulla sua parentela col capo della Procura di Santa Maria Capua Vetere e con la pubblicazione sul Giornale delle intercettazioni shock insabbiate dall’ufficio giudiziario guidato dallo zio, Mariano Maffei. Quasi a scansare i sospetti di presunti favoritismi in famiglia, la Procura s’è affrettata a recapitare al presidente della Provincia di Caserta, Sandro De Franciscis, un avviso di conclusione indagini relativo alla discarica di Lo Uttaro dove sarebbero stati sversati rifiuti pericolosi. Per l’ex esponente dell’Udeur, trasmigrato nel Partito democratico, ex commissario nel consorzio Ce3, il provvedimento anticipa un’imminente richiesta di rinvio a giudizio per concorso nello smaltimento illegale di rifiuti. Quando il Giornale di buon mattino contatta De Franciscis per avere un commento sulle telefonate insabbiate e sulla notizia, fresca di giornata, del suo coinvolgimento nell’inchiesta sui rifiuti, il suo ufficio stampa tace sul primo fronte, smentisce categoricamente il secondo. Poi, col trascorrere delle ore, il ripensamento: «Sì, effettivamente sono arrivati i carabinieri per notificare l’atto». In serata poi arriva un comunicato che ammette l’iscrizione, ma non approfondisce il resto. Ovvero, le telefonate insabbiate dalla Procura e il verbale dell’assessore che lo tira pesantemente in ballo parlando di indebite pressioni per stravolgere il Prg di Casagiove. De Franciscis spiega d’aver tenuto un basso profilo nonostante il suo nome «venga di continuo accostato a fatti e circostanze a me del tutto estranei e la mia persona tirata in una storia che non conosco se non per averla appresa dalla stampa. Una vicenda nella quale sono coinvolte persone che oggi soffrono una difficile condizione e alle quali sono umanamente vicino, e il procuratore al quale sono notoriamente affine per il suo matrimonio con una cugina di mio padre. Sento, però, di non poter stare più in silenzio di fronte a illazioni incontrollate».
Così conferma d’aver ricevuto un avviso di conclusione delle indagini, ma tace sul resto. «Sono persona indagata. Indagata, a mio avviso, per aver avuto il coraggio di provare a ribaltare una condanna da altri inflitta al nostro territorio. Offro, ancora una volta, la mia collaborazione ai giudici nel cui sereno giudizio ripongo fiducia». La chiusura è scontata: «Ho dato mandato ai legali di valutare se nei fatti riportati dalla stampa sussistano estremi del delitto di diffamazione, ovvero se nelle accuse rivoltemi con gli esposti e con gli interventi, esistano estremi di calunnia».
Legittimo da parte sua. Certo, sarebbe meglio se prima chiarisse a tutti, elettori compresi, perché aveva bisogno di essere coperto «con la camorra di Casale».