«La nostra lezione a luci rosse con la prof»

«Quando è arrivata mi ha dato il suo numero di cellulare. Ora però me l’hanno cancellato»

Enrico Lagattolla

da Milano

«Sì, è vero. La prof mi toccava». Tradisce un po’ di disagio, ma la maschera di spaccone soffoca ogni timidezza. Marco (il nome è di fantasia), quindici anni ancora da compiere, taglia più volte la piazza di Nova Milanese a passo spedito. Passa tra i nugoli di coetanei, intabarrato nel collo alto del giaccone. Tanto nascosto che sembra dire «guardatemi, sono io». Perché in fondo, per gli amici, è quasi un «eroe».
Lui che, con altri quattro compagni di classe, si è trovato nell’aula di sostegno con l’insegnante di matematica. Due di loro, svestiti. Altri due a fare il «palo». Tutti tredicenni tranne Marco, che è più «eroe» degli altri perché con la donna - dicono - aveva una confidenza speciale. Quasi una relazione. E oggi tutti lo cercano. Ma non sembra che si sia ancora reso conto della violenza che si è consumata. Così tutto è come ieri. Di diverso c’è che «la prof l’hanno sospesa», che oggi in giro ci sono le televisioni («e tu di che canale sei?»), e che i ragazzini in strada fanno a gara per raccontare dettagli improbabili sulla vicenda, di quanto fosse «facile» la professoressa, insistenti e divertiti sulle più fantasiose volgarità. «Era arrivata da poco più di due settimane - racconta Marco -, ci ha detto di avere 23 anni, anche se poi abbiamo scoperto che ne aveva trentatrè. Mi ha chiesto se ci potevamo scambiare i numeri di telefono». Così accade. Capita che i due si vedano anche fuori dalle mura scolastiche. I genitori protestano per alcuni atteggiamenti equivoci. La donna è vista spesso soffermarsi fuori dall’istituto con i ragazzi. Lunedì, poi, il vaso trabocca. Una docente della scuola media denuncia la collega. È l’insegnante di educazione fisica, «che mi ha preso il telefonino - continua Marco - e ha cancellato il numero della supplente». Relazione finita, inizia lo scandalo.
Mercoledì, l’insegnante viene sospesa dal preside, giovedì scatta la denuncia. Dalla scuola fanno sapere di sentirsi «vittime di questa situazione, e di questa persona che abbiamo cercato di allontanare immediatamente». I carabinieri di Desio e la Procura di Monza indagano per violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenni, e nei prossimi giorni ascolteranno i protagonisti della vicenda. «Si tratta di un fatto gravissimo - commenta il procuratore Antonio Pizzi -. Stiamo conducendo indagini serrate e approfondite per chiarire al più presto una vicenda così incresciosa e che ha sconvolto gli abitanti del paese». Eppure, Nova Milanese reagisce con freddezza. Infastidita, forse, da troppo clamore. Ventiduemila abitanti, due scuole e una chiesa, case basse e pochi commenti. «Pazzesco», è la sintesi. Molti preferiscono non parlare. E nessuno conosce la «donna dello scandalo». Sanno che «viene da fuori», che «non abita qui a Nova», che è molisana e poco altro. Per i più è un rumoroso fantasma. Qualche dettaglio fisico («non è molto alta, bionda, formosa»), la sua supplenza che era iniziata un paio di settimane fa, e il «suo bel legame con i ragazzi». Proprio quello, adesso, spaventa.
«L’episodio ci preoccupa». Qualche parola la dice anche il parroco, don Samuele. È a lui che si sono rivolti i genitori dei cinque adolescenti. «Famiglie per bene - spiega -, che non hanno nessun problema particolare. Ora vogliamo che passi un po’ di tempo, prima di affrontare l’argomento con i ragazzi. Cerchiamo di proteggerli anche così». «Siamo in un mondo che va a rotoli», sospira il sindaco Laura Barzaghi. «Quella professoressa è arrivata qui da noi senza che nessuno la conoscesse. Ho fatto qualche telefonata, ho sentito diverse versioni, ma nel complesso quel che è successo è chiaro. Siamo caduti proprio in basso».
Mentre lei, l’insegnante (che secondo gli inquirenti tradirebbe qualche problema caratteriale), si difende. «Sono i ragazzi che mi hanno coinvolta». Dice che l’hanno «provocata, quasi assalita». Le avrebbero fatto qualche domanda a sfondo sessuale, lei avrebbe dato risposte troppo esplicite.
Fino alla scena finale, così come descritta dalla collega che l’ha denunciata. Quasi si fosse trattato di un gioco «innocente» sfuggito di mano, o frainteso. Si dice «spaventata». E «come faccio a tornare al mio paese, adesso?».