La nostra malattia

Più di venticinque anni fa uno dei due bambini Elkann, forse Lapo che era più piccolo, mi fece un'immensa pisciata addosso, ed ero pure in costume da bagno. Non l'ho più visto da allora, ma gli voglio ancora bene per la strepitosa risata che mi fece fare, io così (...)

(...) inuso ai vezzi degli infanti. Per mettere subito tutto in chiaro, voglio molto bene da quasi trent'anni a Alain. Lo stimo e lo ammiro: perché di lui si vede e si indica solo il lato comodo, quel suo essere ricco e di bella famiglia che gli ha aperto strade difficili per altri. Un secondo punto di vista che nessuno considera, è il suo coraggio leonino, la sua pazienza da martire nel sopportare che tanti addetti ai lavori abbiano sghignazzato sui suoi primi romanzi, cospargendo con compiaciuta ferocia pagine e autore di letame. Poteva stare su una Rolls Royce d'argento nella più sfiziosa isola dei Caraibi fin da ragazzo e ha resistito agli sberleffi e agli sputazzi di quelli stessi che adesso - diventato lui quasi papà Agnelli - trovano sapida e sugosa ogni sua riga. Che tenacia, che pazienza, che incredibile voglia di scrivere contro tutti e tutto, a partire dalla famiglia, ha dimostrato Elkann. Un eroe, per me che ho studiato e lavorato tanto per risalire dalla povertà ma che sarei stato tanto volentieri su quella Rolls Royce d'argento.
Ma non è degli Elkann che voglio parlare, quanto delle idiozie che si scrivono in questi giorni sulla cocaina e sul suo uso, fino a fare della disinformazione un credo sia popolare sia «colto». Voglio scrivere sulla mia pelle, a danno mio, perché in casi come questi è l'unico modo per essere presi sul serio. Longanesi diceva che non c'è niente di più inedito dell'edito, così forse più d'uno si stupirà a sapere che anch'io ho usato cocaina. Per la verità feci una lunga intervista apposta nell'aprile del 2004, con Claudio Sabelli Fioretti, per il magazine del Corriere della Sera (non a caso il più diffuso). Il necessario e miserabile Giuliano Ferrara, pochi giorni dopo l'uscita dell'Indipendente diretto da me, trovò opportuno dare notizia del mio uso di polvere, o svelta come la chiama chi la usa, o neve, come la chiama chi non la usa: un pettegolezzo senza un grammo (...) di prova, vecchissimo e superato, ma vero. Come unica reazione pensai che solo dichiarando senza piagnucolare le mie stravaganze di narice e di sesso potevo sbattere in faccia ai moralisti la mia libertà di strapazzare il mio corpo come mi pare.
La cosa più cretina - e frequente - che si legge e si dice in questi giorni è: «Ma cosa sniffano a fare se hanno già tutto, soldi, bellezza, giovinezza, successo!». Se continuate a pensarla così non capirete mai né Lapo, né Kate, né Calissano, né Pantani e tanti altri. È proprio chi ha tutto a volere sempre di più, e mica soltanto case e barche e gioielli e soldi. Chi ha già tutto cerca il bene più raro e prezioso, impossibile da comprare: sentirsi d'improvviso e «gratis» più intelligenti, euforici, nel giusto, in uno stato che ti alza di un metro sopra i tuoi simili. Naturalmente poi non è così, tira che ti tira, dopo qualche mese o anno i danni, le limitazioni, le sofferenze, le paure, le angosce, diventano tanto più grandi delle gioie. Ma a quel punto sei un tos-si-co-di-pen-den-te: che significa soffrire come una bestia murata viva senza la tua droga. E, a parere di tutti gli specialisti, la dipendenza da cocaina è un guasto più difficile di quello dell'eroina, che dà una schiavitù fisica e quindi curabile con farmaci, mentre la svelta ti inchioda il cervello, che non si muove più senza.
Forse e proprio perché la cocaina è la droga di chi vuole vincere e strafare (l'eroinomane cerca solo pace alle sue sconfitte certe), è grande la quantità di sniffatori di neve che ne esce. Ma non si tira coca a vita, gli studi (nessuno li legge fra quegli accidenti di colleghi che scrivono sciocchezze a pioggia o a tunnel su questo argomento?). Gli studi sono concordi nel dire che dopo 12/14 anni il corpo ha uno spontaneo rifiuto fisiologico a quella sostanza. Chi non ci arriva, a quei 12/14 anni, muore d'infarto con qualche grammo su per il naso, e sono molti di più di quanto crediamo.
Fra gli sniffatori di coca, poi ci sono due grandi categorie. Chi lo fa per lavorare di più e meglio e chi lo fa per godere di più, divertirsi di più: è questo gruppo, che sembra il più fortunato, a soffrire di più perché a un certo punto puoi tirare quanto vuoi, ma il sesso ti fa schifo, gli altri ripugnanza e vuoi solo trascinarti in solitudine.
Naturalmente sono più utili e saggi (finché rendono) i lavoratori-tiratori brillanti e stacanovisti, e temo che invece Lapo stesse fra gli ilari. Soffrirà di più e per chi sa quanto gli sembrerà di non poter più avere - belle e diverse come prima (prima della coca e durante la coca) - la felicità speciale di unire il proprio corpo a un altro avendo il naso pieno di quella roba.
Che faccio pubblicità alla droga? Non ci penso neppure, ho pagato moltissimo in dolori, in miserie e in tracolli della mia vita, e pagherò ancora perché quando sei bollato come drogato, per tutti rimani drogato per sempre, anche se sei diventato ancora più pazzo e fai lo stilita.
Ricordo come una cosa buffa la presentazione del mio libro su Italo Balbo (1983) a Padova. Piaceva molto al pubblico presente quel libro (che è tuttora il libro su Balbo), soprattutto a un ragazzo che quando poi si finì a parlare di droghe - come sempre in quegli anni - se la prendeva con l'hashish, suggerendo pene severissime, come va ancora scioccamente, ingiustamente, inutilmente di moda: non potrò mai dimenticare il suo sguardo quando dissi - al microfono - che avevo scritto quel libro fumando i miei regolari 4-5 spinelli al giorno. Testimoni Pietrangelo Buttafuoco e Italo Bocchino, che vent'anni dopo è stato così poco «di destra» da affidarmi la direzione dell'Indipendente. Ebbene, il modo migliore per sputtanare i luoghi comuni è sputtanare se stesso: rivelo qui qualcosa sul mio libro ancora oggi più venduto e continuamente ristampato: «Antistoria degli Italiani. Da Romolo a Giovanni Paolo II» (1997) fu studiato e scritto e levigato e reso così eccezionalmente bello e intelligente, proprio nel mio periodo di massimo uso di cocaina. Tant'è che subito dopo mi disintossicai. Beninteso, sarebbe venuto anche meglio, se avessi avuto una vita regolare (orribile è il non mangiare, più che il non dormire, quasi mai). Ma diverse folgorazioni di stile e di narrazione, non di contenuti, le devo proprio alla mia passeggera amica, poi diventata feroce nemica.
Non ringrazio chi mi fece provare la prima volta (a quarantaquattro anni, a New York) né ho mai voluto iniziare nessuno. Qualcuno anzi si potrà stupire apprendendo che personalmente sono molto, ma molto incerto sulla liberalizzazione delle droghe leggere: ma neppure sono l'esempio (già vi veniva in mente) «dell'inevitabile passaggio» dalla droga leggera a quella pesante: fumai il primo spinello a quattordici anni e smisi il consumo regolare vent'anni dopo: dieci anni di vuoto sono tanti per stabilire una consequenzialità tra le due droghe. La cocaina mi sedusse perché la prima volta con un grammo riuscii a scrivere e studiare per una settimana di fila senza quasi dormire. Poi ne ebbi un vile bisogno quando all'improvviso mi capitò di fare televisione, in diretta, tra il pubblico, dovendo inventare ogni giorno qualcosa di buono, senza poter balbettare o arrossire.
Sì, ma io sono uscito dalle due euforie (tre, con il vino), perché sono fortemente strutturato, ho interessi gravi, come la politica e l'esegesi della Bibbia, il fascino che hanno su di me le donne, so cosa voglio e lo voglio. Ma immagino un ragazzo che ha smesso l'istituto professionale senza finirlo, disoccupato, di famiglia povera con genitori sfiniti dalla vita: lui sì probabilmente vorrà qualcosa di più forte dopo le canne.
Lapo ne uscirà, è così giovane e flessibile, e il moltissimo che gli resta basterà a far dimenticare quello a cui dovrà rinunciare. Ma smettetela di dire che la cocaina è un vizio assurdo fra i ricchi e i potenti e i successati: è, e non potrebbe essere diversamente, una malattia a alto rischio professionale.