«La nostra Maria non tornerà in quell’inferno»

La coppia genovese che tiene nascosta la bambina bielorussa spiega la sua battaglia: «Se non ce la fanno adottare, lei si ucciderà. Quell’orfanotrofio è orribile»

Monica Bottino

da Cogoleto (Genova)

La Barbie abbraccia Ken che stringe a sé una bambolina bionda. «Li ha lasciati così lei, prima di andare via. Mi ha detto: mamma tienili così, come siamo noi». Chiara Dagnino Bornacin inghiotte le lacrime e abbassa lo sguardo mentre pensa a Maria. La bimba bielorussa che ha portato in una località segreta nel tentativo di non farla ritrovare dai carabinieri e dalla polizia che la stanno cercando in tutta Italia e anche all’estero per riportarla nell’orfanotrofio da cui proviene. L’orfanotrofio dove vivono in promiscuità ragazzi grandi e piccoli e dove avere dieci anni in mezzo a quelli di diciassette significa essere legata, seviziata, e violentata mentre le maestre non sentono o fanno finta di non sentire.
Chiara e Alessandro, il marito, sono due ragazzi trentenni, laureati, con una bella casa e la possibilità di farsi vacanze dove vogliono. Eppure, da quando hanno incontrato gli occhi di una bambina bielorussa loro, le ferie, le fanno solo da lei, in un hotel a due passi dall’orfanotrofio di Vileika. Nel cuore di una Bielorussia che l’Unione europea ha definito l’ultima dittatura. Ma questa è un’altra storia. La storia di Maria, invece, dovrebbe avere un lieto fine. La piccola fa parte di quei bambini di Chernobyl che vengono accolti per le vacanze da famiglie italiane. Chernobyl era vent’anni fa.
«Sì, ma le radiazioni continuano a fare vittime e le faranno, dicono gli esperti, almeno fino al 2050 - Alessandro parla e guarda fuori il mare -. L’unica speranza che hanno questi bambini è quella di mangiare cibo non contaminato e respirare aria pura almeno una volta all’anno». Maria, figlia di una ragazza madre tossicodipendente morta per strada come un cane quando la piccola aveva quattro anni, è stata raccolta dall’orfanotrofio mentre mangiava nella spazzatura. Da quando ha otto anni il trasferimento in un’altra struttura per ragazzi più grandi è stata la sua condanna. Qui sono cominciate le violenze, le «cose brutte» che la bambina ha raccontato nei suoi disegni. I medici genovesi le hanno ritrovate sul suo corpicino. Maria non vuole lasciare la casa di Cogoleto dove l’aspettano il gatto, il canarino e una bella cameretta piena di giochi. Ma soprattutto Maria non vuole tornare all’inferno. O, se la ritroveranno e la riporteranno con la forza lei, ha detto, si ucciderà.
Chiara e Alessandro sono accusati di essere egoisti, di volersi prendere una bambina che non è la loro. Due ragazzi che rinunciano anche ad avere figli propri per salvarne una che non hanno partorito. «Se non ce la fanno adottare, almeno la lascino in consegna in Italia a un istituto, ma non la rimandino laggiù», dice Chiara. Anche i tentativi legali fatti per trattenere la bambina in Italia non sono andati ancora a buon fine. «Viste le condizioni di Maria, il tribunale dei minori di Genova ci aveva concesso di tenerla in Italia fino al 30 ottobre, finché non si chiarisca cosa accade in quell’orfanotrofio - dice Alessandro -. Ma poi è stato annullato tutto. Ci siamo visti arrivare in casa il console della Bielorussia, i rappresentanti delle associazioni dei bambini di Chernobyl in Italia. Una processione. Tutti a dirci che dovevamo restituire Maria. Che la Bielorussia altrimenti avrebbe bloccato le adozioni internazionali. Nessuno ci ha mai chiesto come stava la bambina».
Chiara e Alessandro sono stati denunciati dalle autorità, ma a loro non importa. Come non gli importa di spendere tutti i loro risparmi in telefonate, biglietti aerei, viaggi con la compagnia di bandiera della Bielorussia dove volare su sedili di legno costa più di duecento euro a testa.
«La gente è con noi, non tutti, ma tanti», dice Alessandro, mentre guarda Chiara negli occhi per infonderle coraggio. Negli orfanotrofi della Bielorussia ci sono 30mila bambini che vengono in Italia due o tre volte all’anno, da famiglie che pagano qualunque cifra per ospitarli. Pare che il 60 per cento dei viaggi della compagnia aerea Belavia sia pagato da italiani. Un business. Ma questa è un’altra storia.