«La nostra Mostra è al centro del cinema globale»

da Roma

Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Marco Müller nell'anno del suo ultimo mandato come direttore della Mostra d'Arte cinematografica di Venezia (ma i bene informati lo danno sicuro almeno per un'altra edizione) sembra voler proprio rispondere a questi complessi quesiti. Ecco allora che un po' a sorpresa, durante la conferenza stampa di presentazione dell'edizione numero 64 (al Lido di Venezia dal 29 agosto all'8 settembre), si sono spente le luci e sullo schermo è apparso un cinegiornale d'epoca con Giuseppe Volpi conte di Misurata in uniforme a inaugurare la prima Mostra che allora, nel 1932, si chiamava Esposizione. Qualche malumore in platea (ma il premio agli attori non si chiama sempre Coppa Volpi?) subito sopito perché le immagini del documentario Venezia 75 di Antonello Sarno hanno preso a raccontare, in un susseguirsi impressionante, i grandi che al Lido si sono affacciati: Chaplin, Antonioni, Sordi, Visconti e poi Sophia Loren, Brigitte Bardot e l'elenco, interminabile, potrebbe appunto non finire.
Dunque «il chi siamo e da dove veniamo» è chiarito, subito e con orgoglio. E per chi proprio non volesse intendere ecco le parole del presidente della Biennale Davide Croff: «Questa edizione nasce in un momento significativo, a 75 anni dalla sua nascita. È un importante giubileo che testimonia come Venezia sia stato il primo festival di cinema. Ancora oggi, con la settima arte tornata a essere prepotentemente al centro del dibattito politico culturale, la Mostra rimane il punto di riferimento del cinema mondiale». Marco Müller, meno filosofeggiante del solito (ma come contrappasso ha ideato sulla terrazza dell'Excelsior «Lido Philo» con i filosofi Giorello, Marramao, Bodei e altri a parlare di cinema), snocciola i numeri: «Tra concorso e fuori concorso abbiamo 57 lungometraggi di cui il 90 per cento in prima mondiale. 15 sono statunitensi a dimostrazione che la Mostra viene percepita come un appuntamento imprescindibile per la promozione dei titoli in uscita». Un messaggio non solo alla Festa di Roma ma anche agli altri festival internazionali, Cannes «in primis», perché, aggiunge, «alcuni cineasti che ho avuto la fortuna di accompagnare in questi anni come fabbricante di festival avevano già deciso di venire da noi in primavera».
Ecco quindi «il dove andiamo» con una serie di titoli da far impallidire anche il cinefilo più incallito, in attesa di conoscere due film a sorpresa di cui uno, Müller dixit, «enorme». Si va dalla pattuglia italiana in concorso, anticipata già lunedì scorso dal Giornale, che vede confermati Nessuna qualità agli eroi di Paolo Franchi con Elio Germano, L’ora di punta di Vincenzo Marra con Fanny Ardant e Il dolce e l'amaro di Andrea Porporati con Fabrizio Gifuni e Luigi Lo Cascio, alla forte presenza statunitense: The Darjeeling Limited di Wes Anderson con Adrien Brody e Anjelica Huston, Sleuth di Kenneth Branagh con Michael Caine e Jude Law, Redacted di Brian De Palma, Michael Clayton di Tony Gilroy con George Clooney, In the Valley of Elah di Paul Haggis con Charlize Teron, Lust, Caution di Ang Lee con la star asiatica Tony Leung, I'm Not There di Todd Haynes con Richard Gere che ritroviamo anche in un altro titolo che farà discutere, The Hunting Party sui criminali di guerra serbi. E poi Greenaway, Loach, Mikhalkov, Rohmer. Nomi altisonanti, a cui si aggiungono quelli di Carlo Lizzani e i Leoni d'oro Bernardo Bertolucci e Tim Burton, e nel fuori concorso i «Venezia Maestri» Woody Allen, Claude Chabrol, Kitano Takeshi, Manoel de Oliveira, Julio Bressane, quasi a far scomparire gli undici cineasti della sezione «Orizzonti» e quelli di «Orizzonti Doc» tra cui troviamo Jonathan Demme (Man from Plains con Jimmy Carter) e Julian Schnabel (Berlin con Lou Reed).