Nostra Signora del cinema cresciuta a particole e film

Incontrando dopo più di 30 anni Piera Detassis, regina (decaduta) del Festival internazionale del film di Roma nonché direttore di Ciak e critico cinematografico di Panorama, scopro che lei non è per nulla cambiata, mentre io sono diventato il più prolisso giornalista d’Italia, cioè l’esatto opposto di ciò che ero. Non è piacevole. «Ho imparato tutto da te, un caporedattore-tagliatore implacabile», dice di quell’esordio sul settimanale Il Nuovo Veronese. L’avevo arruolata per la rubrica Andiamo al cinema. Tramine più commentini. Recensioncine, insomma. Condensare un film in quattro righe: da spararsi. «La prima volta mi chiedesti 500 battute e io te ne portai 1.800. Ho una scusante: allora manco sapevo che cosa fossero, le battute. Tu le riducesti a meno di un terzo, con pazienza, riga dopo riga. Ancor oggi tagliare resta per me uno degli esercizi più gratificanti. Non vorrei esagerare, ma ha un suo erotismo». Devo essermi perso qualcosa.
Da poche ore è ufficiale: la regina non riavrà il suo trono nella capitale. Gian Luigi Rondi, presidente del Festival, ha preferito farsi decapitare insieme con lei piuttosto di non averla più al suo fianco. «Piera Detassis è il miglior direttore che io abbia mai incontrato in 60 anni di carriera nel cinema», ha dettato in gramaglie all’Ansa il novantenne decano dei critici, dimettendosi per protesta. Vale un Oscar.
Dopo tre mesi di polemiche affrontate con asburgico contegno, la giornalista preferisce ancora divagare. La confessione sulla sensualità delle potature tipografiche mi autorizza ad avventurarmi nella sua vita privata. Da 11 anni convive con Marco Giovannini, giornalista di Panorama, figlio del compianto Sandro, che con Pietro Garinei formava la premiata ditta Garinei & Giovannini, autrice per un trentennio delle più belle commedie musicali viste nei teatri di Roma e in Rai, da Rinaldo in campo a Rugantino, da Alleluja brava gente ad Aggiungi un posto a tavola. In realtà è come se fossero insieme da cinque anni e mezzo, visto che lui lavora a Los Angeles e lei a Milano. «Diciamo che stiamo insieme sei mesi su 12. O in America o nella sua casa romana di Monteverde Vecchio. Più spesso nel mio appartamento, soprattutto perché io lo tengo in ordine». Galeotti furono alcuni pezzi che Marco firmò per Ciak: «È dotato di un humour irresistibile. In questo è il clone perfetto di suo padre».
Piera Detassis è nata a Trento e tiene parecchio alle sue origini, anche se non riesce a spiegarsene il motivo. All’asilo le suore le davano per merenda i ritagli delle ostie, ovviamente sconsacrate, e per pranzo l’intingolo, però senza carne e solo una volta la settimana. È andata a scuola dalle Canossiane e dalle Dame di Sion. «Centinaia di scale sante salite in ginocchio, dolorosi succedanei delle gite scolastiche». A 17 anni decise che ne aveva abbastanza e fuggì dall’allegra città del Concilio.
Si è laureata all’Università di Verona in storia e critica del cinema col professor Gian Piero Brunetta, lo storico più innovativo della settima arte. «Era una delle prime cattedre istituite in Italia. Studiavamo in un garage di via Campofiore. Non sto scherzando: arrivava Brunetta, tirava su la serranda e cominciava la lezione». Ha passato anni a presentare I pugni in tasca e la Nouvelle Vague nei cineforum della Bassa. «Ero pagata in natura, beni alimentari, il che mi aiutava. Altrimenti sarei morta di fame». Poi il salto a Parigi, dove ha vissuto tre anni da bohème con una borsa di studio, specializzandosi all’Université de Vincennes. «Ci insegnavano i mostri sacri del mensile Cahiers du Cinéma, la Bibbia dei cinefili, ex critici diventati registi, come Éric Rohmer e François Truffaut. Ho inseguito la carriera universitaria, ma per fortuna sono stata rispedita al mittente».
Tornata in Italia, s’è ricordata del duro tirocinio che le avevo inflitto e ha sposato la passione per il cinema col sacro fuoco del giornalismo. Impossibile, da quel momento, tenerle dietro nelle eclettiche migrazioni: L’Arena, Telearena, L’Unità, Il Manifesto, Lotta Continua, Alphabeta, Cinema e Cinema. Fino a creare una scuola di cinema con Nanni Moretti finanziata dal Comune di Modena. A quel punto la adocchiò Gigi Vesigna, patriarca di Tv Sorrisi e Canzoni, che nel 1988 la assunse a Ciak, il mensile da lui fondato, dove presto la promosse inviata: «Mi addormentai con la lettera di nomina sotto il guanciale». Dal 1997 è direttore della testata.
Forse è per il suo rubescente curriculum che i destrorsi Gianni Alemanno e Renata Polverini, soci di maggioranza del Festival di Roma, non hanno voluto rinnovarle l’incarico di direttore, nonostante Rondi, che certo di sinistra non è mai stato, reclamasse a gran voce la sua riconferma. Un crudele contrappasso colpisce l’unica candidata nella storia d’Italia ad aver rifiutato la direzione della Mostra del cinema di Venezia: la cacciano per far posto proprio a Marco Müller, che ha perso la poltrona in laguna e che fino a ieri ha detto peste e corna della rassegna capitolina.
Dal Manifesto alla Mondadori. Non ti vergogni?
«Non mi sono mai vergognata della Mondadori, né la Mondadori s’è mai vergognata di me. Amo l’azienda per cui lavoro».
Il regista rifondarolo Citto Maselli ti ha definito sprezzantemente «dipendente di Berlusconi». Io non ci faccio caso, ma per te che vieni da Lotta Continua dev’essere stato uno shock.
«Maselli ha ragione. Il primo contratto da praticante a Ciak lo ebbi dalla Silvio Berlusconi Editore, allora si chiamava così».
Da chi hai ereditato la vena artistica?
«Da mio padre Giulio, un imbianchino. Con i fratelli aveva creato il Teatrino di Mangiafuoco e nei periodi morti andava a fare spettacoli in giro per il Trentino. S’era intagliato nel legno i burattini e mia madre Clotilde glieli aveva vestiti. Una famiglia alla Peppone e don Camillo. Lui socialista sfegatato, lombardiano, fermava sulla porta il prete che a Pasqua voleva benedirci la casa; lei cattolicissima, molto pia, con un senso orgoglioso della diversità di classe. Non ha mai indossato un cappello in vita sua: “Non è per la moglie di un operaio”, si giustificava. Io ho preso da mamma: detesto il presenzialismo, mi piace stare in casa, adoro il silenzio dei conventi».
Il primo film della tua vita?
«Gli argonauti, uscito nel 1963. Lo vidi con mio padre al cinema parrocchiale San Marco di Trento. Ricordo ancora la battaglia degli scheletri inventata dal geniale Ray Harryhausen, precursore degli odierni effetti speciali. Musiche incalzanti di Bernard Herrmann, il compositore prediletto da Alfred Hitchcock».
Il tuo cult movie?
«La fiamma del peccato di Billy Wilder. Il miglior film noir nella storia del cinema, con un’immensa e ambigua Barbara Stanwyck. Quella frase... “L’ho ucciso io. L’ho ucciso per denaro e per una donna. E non ho preso il denaro e non ho preso la donna. Bell’affare!”».
Vai spesso al cinema?
«Quattro volte a settimana. Più le proiezioni private. In media due film al giorno».
Vedi anche quelli in 3D?
«Soffrendo. Gli occhialini tolgono luminosità. Non sono una fanatica del 3D. Ma di Hugo Cabret sì: mi ha colpito al cuore».
Che rapporto hai con i film in Tv?
«Ne guardo tantissimi. Però in Dvd, all’ora che decido io, senza interruzioni pubblicitarie. Ho dovuto affittare uno studio attiguo al mio appartamento solo per i Dvd. Credo di averne almeno 7.000».
E ti capita spesso di riguardarli?
«Sì. Pat Garrett e Billy the Kid di Sam Peckinpah l’ho rivisto 34 volte, le ho contate».
Sei amica di molti registi?
«Più o meno di tutti. Con alcuni, come Ferzan Özpetek, Carlo Verdone, Marco Tullio Giordana, Gianni Amelio, Silvio Soldini e Paolo Sorrentino il rapporto è più fraterno che con altri».
E attori?
«Ne conosco un’infinità: Neri Marcorè, Rocco Papaleo, Christian De Sica, Margherita Buy, Claudia Gerini, Cristiana Capotondi. Anche qui non vorrei far torto a qualcuno, dimenticandomi di citarlo».
Il miglior attore e la migliore attrice in circolazione?
«Ryan Gosling, protagonista con George Clooney di Le idi di marzo, e Meryl Streep».
T’è capitato di litigare con qualche divo?
«Fui mandata a Parigi per intervistare Gérard Depardieu. Mi fece aspettare tre giorni. Era depresso, perché dopo 25 anni di matrimonio aveva appena divorziato dalla moglie Élisabeth Guignot. Finché una mattina, alle 4, si presentò all’hotel D’Angleterre a cavallo della sua moto. Ordinò allo stupefatto concierge di svegliarmi e pretese di farsi intervistare nella hall. Da sberle».
L’importante è tornare a casa col pezzo, come raccomandava Enzo Biagi.
«Con Robert De Niro m’è accaduto di peggio, e per ben tre volte. Gli mandai per fax una richiesta d’intervista. Nemmeno mi rispose. In quel periodo stava montando Bronx. Devi sapere che io alle 20 in punto, cascasse il mondo, voglio essere a casa mia. Lancio gli abiti sulle poltrone e mi spaparanzo sul divano a guardare il Tg La7 di Enrico Mentana. Una sera m’ero appena messa comoda. Squilla il telefono: “I would like to speak with Piera Detassis”. I am, rispondo. “I am Bob De Niro”. In quell’istante penso: sì, e io sono la regina Elisabetta! Poi mi ricordo del fax. “Eccomi pronto per l’intervista”. Manco avevo preparato le domande. Mi ritrovai a improvvisarle in mutande, scrivendo le risposte sulla prima cosa bianca a portata di mano. Lui se ne accorse, perché poco dopo mi disse: “Ora devo tornare al montaggio. Mandami subito le altre domande per fax”. Non ho avuto il coraggio di dirgli che in casa a quell’epoca non avevo il fax. Pigolai: fa lo stesso se le invio domattina? “Ok”, rispose conciliante».
E le altre due volte che accadde?
«Quando De Niro venne a presentare Bronx a Venezia, mi concesse un’intervista esclusiva per Tele+, che fu registrata in camera mia all’Excelsior. Anche lì andai in bambola. All’improvviso lo vidi uscire dall’inquadratura. Poi tornò a sedersi. Alla fine, quando se ne andò, la troupe mi applaudì: “Brava. Gli hai tenuto testa”. Non capivo. Tutta presa dalle domande, non m’ero accorta che a un certo punto De Niro aveva esclamato: “Basta con questa intervista! Me ne vado”. Poi, scambiando la mia noncuranza per sangue freddo, era tornato a sedersi. Finalmente alla terza intervista, a Roma, filò tutto liscio. Una roba memorabile. Me la riascoltai in volo tornando a Milano. Per paura di smarrirla, misi l’audiocassetta nella tasca del sedile davanti al mio. E lì la dimenticai. Me ne accorsi solo a casa. Telefonai subito ad Alitalia, ma non ci fu nulla da fare. In tre ore buttai giù tutto quello che m’era rimasto in testa. Un incubo a occhi aperti. Non l’ho mai raccontato a nessuno».
Un voto, da 1 a 10, a Federico Fellini.
«Non è il regista della mia vita. Facciamo 7».
E a Michelangelo Antonioni.
«Mamma mia. Senti, metti 8 a Fellini e 7 ad Antonioni».
E a Pierpaolo Pasolini.
«Cambia: dai 9 a Fellini, 8 ad Antonioni e 7 a Pasolini».
Comincio a capire la tua grande passione per le donne cattive.
«È una dote che non credo d’avere e che non invidio, però la cattiveria femminile, a livello letterario e cinematografico, è un’invenzione rivoluzionaria. Pensa alla dark lady che distrugge famiglie, si porta via l’eredità, uccide il compagno. Funziona. E cancella secoli di stereotipi ricamati addosso alle donne».
Perché come direttore del Festival del film di Roma non andavi più bene?
«Perché è prevalsa la prepotenza di certa politica. La quale ha calpestato, come mai era accaduto prima d’ora, stile, regole e autonomia di nomina, non esitando a far strame persino della dignità del presidente Rondi, che ringrazio per la stima e l’affetto elargitimi a piene mani in questi tre anni. Il pasticciaccio brutto del Festival di Roma dimostra che anche la cultura è diventata terreno di caccia per speculatori economici e incettatori di potere. Triste».
Non è paradossale che prenda il tuo posto proprio Müller, il quale da direttore della Mostra del cinema di Venezia dichiarò al Tg3: «Non ho paura della rassegna di Roma perché è stata fatta con film che né noi né il Festival di Cannes abbiamo voluto». Come dire: nella capitale vanno solo le mezze calzette.
«In Italia succede. La penuria d’impieghi rende la gente più famelica».
Ti arrivavano molte spintarelle per mettere in concorso questo o quel film?
«No. La difficoltà era bocciare film di gente che conoscevo e che non mi piacevano. Ho escluso Il sangue dei vinti e Giampaolo Pansa s’è offeso a morte, mi ha maltrattata sui giornali. Succede, se fai ’sto lavoro».
Ora devo porti la domanda delle 100 pistole.
«Pietà!».
La corazzata Potëmkin è o non è una cagata pazzesca?
«Non scherziamo su Sergej Ejzenstejn. La corazzata Potëmkin è un assoluto, straordinario capolavoro nella storia del cinema. Ma anche la maschera italiana del ragionier Fantozzi non è da buttar via».
(584. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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