La nostra società non sa gestire la follia violenta

Qualche tempo fa un medico, uno psichiatra, è stato condannato perché un suo paziente ha commesso un delitto. Il collega sarebbe «colpevole» di avere prescritto una terapia farmacologica «non abbastanza forte», tale quindi da poter mantenere (almeno secondo i giudici) il paziente in condizioni da «non nuocere». Così nel 2000 l’ammalato ha ucciso un infermiere che lo accudiva.
Questa condanna è talmente incredibile che il mio primo pensiero va a questa considerazione (ovviamente paradossale) che ho letto recentemente: «In America vi sono 80 milioni di possessori di armi che causano 1.500 incidenti mortali ogni anno e 700.000 medici che causano 120.000 morti. Si ottiene così il risultato che, statisticamente, i dottori sono 9.000 volte più pericolosi degli uomini armati» (Michael Zezima in Nuoce gravemente ai luoghi comuni). Se un chirurgo dimentica un bisturi nell’addome di uno sventurato paziente o amputa l’arto sbagliato, o se un medico effettua una trasfusione incompatibile con il gruppo sanguigno del ricevente il concetto di «colpa» appare evidente. Ma con la psiche umana come la mettiamo?
È opinione assai comune che noi occidentali del terzo millennio siamo gente perfettamente equilibrata. Il fatto che un gran numero di persone soffra di forme più o meno gravi di malattie psichiche, non provoca il minimo dubbio rispetto al livello complessivo della nostra salute mentale. «Erich Fromm era tuttavia convinto del contrario e nel magnifico saggio Psicanalisi della società contemporanea, nel commentare il fatto che i Paesi più poveri avessero la più bassa incidenza di suicidi sostenne anche che «i motivi dell’omicidio sono probabilmente meno indicativi di uno stato patologico che quelli del suicidio». Ma allora se il paziente si fosse suicidato - invece che uccidere - lo psichiatra che lo aveva in cura sarebbe stato ancora più colpevole? Con questa logica quanti colleghi che non sono riusciti a salvare le vite di alcuni sfortunati pazienti potrebbero essere anche loro condannati? E ancora, quali strumenti ha lo psichiatra a disposizione per poter prevenire da una parte il suicidio e dall’altra gli impulsi «distruttivi» verso terzi dei propri pazienti? Il giudice che ha condannato lo psichiatra bolognese ha idea della «rivoluzione» creata a suo tempo dalla cosiddetta Legge 180 (che da anni attende invano una attenta revisione)? Forse non tutti sanno che con la «chiusura» dei manicomi fu eliminato anche il concetto di «pericolosità per sé e per gli altri» che consentiva di provvedere ad informare le autorità competenti affinché provvedessero a «tutelare» gli indifesi dalla furia dei pazienti ed i pazienti da loro stessi. Il recente assassinio nel Biellese della giovane Deborah da parte di un «malato psichico» già recluso in passato e il duplice delitto di Grottaferrata penso impongano una accelerazione «politica» nel predisporre una legislazione sicuramente più attenta ai meccanismi di prevenzione.
* docente di Psicologia medica