«Le nostre fonti? Ricicliamo i giornali italiani»

I corrispondenti dal nostro Paese dei quotidiani esteri: «Date troppa importanza ai nostri articoli»

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Spoleto

Come ci vedono e come ci raccontano ai loro connazionali, i corrispondenti esteri da Roma? Ci voleva l’occasione di un premio, il «Nuova Spoleto 2005», e l’intuizione di Saverio Barbati, colonna storica e vecchia volpe del giornalismo italiano, per scoprire l’acqua calda. Qualcuno aveva mai pensato a metterne insieme quattro o cinque di queste autorevoli firme e farle dibattere, chieder loro perché e secondo quali processi l’Economist, o il Times o Le Monde tartassino i nostri governanti, elogino o deridano gli italici costumi? Be’, ieri mattina è avvenuto. In un dibattito che precedeva appunto l’assegnazione dei premi, e che è risultato illuminante. Anzi, folgorante. Perché è venuto fuori che la fonte principale delle loro corrispondenze sono i nostri stessi giornali. E se i giornali italiani picchiano su questo o quello, non è certo colpa dei corrispondenti stranieri, che si limitano a riprendere.
La colpa è piuttosto della nostra intellighentia, che disdegna le storie nostrane per poi trovarle mirabili e sacre se gliele raccontano in inglese o in francese. Volete un esempio stupefacente, che rivela come si sia in presenza di un serpente che si morde la coda? Lo racconta Richard Owen, The Times: «Una volta ho letto sul Corriere di un sondaggio che rivelava quanto la cultura musicale tra i giovani italiani fosse scarsa: i più non sapevano se l’Aida fosse di Verdi o di Vivaldi. Così ho scritto un pezzo, citando ovviamente il Corriere. Il giorno dopo, tutti i giornali italiani compreso il Corriere hanno tuonato perché il Times aveva scoperto che in Italia, patria del bel canto, la musica era ignorata. Ma non è finita qui. Il giorno dopo ancora, Repubblica aveva una pagina intera in cui intervistava Riccardo Muti ed altri grandi, Chailly credo, domandando: ha ragione The Times, i nostri giovani sono ignoranti di musica? E quelli: sì è così, è una vergogna doversi far riprendere dagli inglesi».
Dunque, il giudizio condiviso anche da Salvatore Aloise (Le Monde), Heinz-Joachim Fischer (Frankfurter Allgemeine Zeitung), l’americano Jeff Israely di Time Magazine e lo spagnolo Antonio Pelayo di Antenna 3 TV, è che «gli italiani fanno troppa attenzione ai giornali stranieri, hanno della stampa estera un’opinione esagerata». Si scopre che il più novellino vive a Roma da dieci anni, che i servizi di cui vanno più fieri sono quelli «originali» mai citati da noi. Tutti e cinque sono stati a Lampedusa per raccontare gli sbarchi dei clandestini, e son stupiti della «solidarietà» e dell’«amore» che i nostri isolani riversano su quei disperati venuti dal mare. Dicono che si sforzano di evitare gli stereotipi, basta con pizza mafia mandolino, ma non avrebbero mai creduto che la legge contro il fumo venisse rispettata subito e così rigidamente. Israely dice che quella di Berlusconi «è ormai una vecchia storia», i suoi lettori non la vogliono più, ma Owen aggiunge che «anche quella di Prodi è una vecchia storia». Fisher confessa che «molti miei lettori, conoscono l’Italia meglio di me». E Pelayo critica addirittura le fonti: ormai le prime pagine dei nostri grandi giornali, Corriere, Repubblica e Stampa, «sono uguali. Secondo me, dopo i tg della sera, i direttori si telefonano».
Ecco, il «respiro internazionale» che Barbati voleva dare alla sua creatura, s’è rivelato un colpo di vento che spazza via miti e pregiudizi. Molto più solidi son certamente i riconoscimenti che - col patrocinio di Omar Lodesani per Banca Intesa, Dario Pompili per la Fondazione Carispo, Alberto Pacifici per la Carispo, e poi la presidente dell’Umbria Rita Lorenzetti che dimostra come il potere rende anche più belli, infine onorevoli di destra a di sinistra a far da padrini bipartisan - son stati assegnati dopo il dibattito. Il premio Nuova Spoleto è diventato famoso dopo che venne a ritirare il suo Carlo d’Inghilterra, premiato perché «dipingeva i tetti di Spoleto». Quest’anno è andato a monsignor Giuseppe Betori segretario della Cei, all’ambasciatore Boris Biancheri ora presidente dell’Ansa e degli editori italiani, all’economista Alberto Quadrio Curzio, all’ematologo Franco Mandelli, al giornalista Roberto Napoletano, a Beatrice Trussardi, a Enza Sampò per la tv e Claudia Koll per il volontariato.