Le nostre metropoli, deserti sovraffollati

Deserti sovraffollati... una contraddizione in termini? Non proprio, se con questa curiosa espressione si allude alle città in cui viviamo.
Le nostre città sono in effetti sovraffollate: come negarlo? Ovunque andiamo, e in qualsiasi momento, troviamo numerose prove del fatto che in città vivono troppe persone pigiate in spazi troppo angusti. Difficilmente non ce ne accorgiamo, poiché tutto ciò ci stanca, ci irrita, ci riesce insopportabile. Chilometri a passo d’uomo nel traffico... Parcheggi congestionati... Lunghe file nei bar, e al ristorante non un tavolo libero... In autobus e in metropolitana solo posti in piedi, e persino questi introvabili quando ci si sposta tra casa e l’ufficio... Sulle strade una folla infinita, e in perenne movimento: una marea ondeggiante da cui ci si sente risucchiare, inghiottire e sommergere... Troppa gente, troppi suoni, troppe immagini, troppi odori... «Troppo» e «troppi» di tutto: più di quanto riusciamo a sopportare, ben più di quanto basti per metterci a disagio, e infinitamente più di quanto vorremmo. Beh, troppo di tutto, ma non di spazio, soprattutto di uno spazio che non sia stipato, ingombro di ostacoli, di intrusi, e di intrusi che sono anche ostacoli.
È per quest’ultima ragione che l'idea di un «deserto sovraffollato» ci appare qualcosa di strano, e persino assurdo. Ciò che fa di un posto un deserto è, in fin dei conti, l’abbondanza di spazio: di spazio vuoto, sprovvisto di oggetti che spicchino, in un paesaggio uniformemente informe, per la loro rilevanza, accertata o presunta. Se il sovraffollamento è associato a un eccesso di intenzioni, fini, energie, volontà rispetto allo spazio disponibile per agire, il deserto richiama invece alla mente una sovrabbondanza di spazio rispetto alla nostra capacità di assorbirlo, di investirlo di significato e rilevanza, di afferrarlo fisicamente e assimilarlo mentalmente. Eppure, la città - come per miracolo - riesce a sentirsi sovraffollata e deserta nello stesso tempo. I cultori della logica potranno anche opporsi, ma il sentire comune si è adattato alle realtà della vita, accettando il paradosso. Sappiamo tutti fin troppo bene che più la folla è densa, più ci sentiamo soli. E che quando «ci occorre più spazio» (l’espressione che si usa oggi per dire che «siamo stufi di lui, o di lei»), quando aneliamo a stare per conto nostro senza sentirci osservati, importunati o censurati, cerchiamo di mescolarci e dissolverci nella folla.
Il paradosso della città si riflette nell’ambivalenza di atteggiamenti che chi ci vive conosce a menadito. Tale ambivalenza, a sua volta, si compendia nella figura dell’«estraneo»: il più comune tra gli oggetti non comuni che esistono in città...
L’estraneo è, in effetti, un bersaglio perfetto su cui scaricare l’ansia che deriva dall’incertezza sullo stato delle cose e dall’ambivalenza sull’atteggiamento da prendere e sulla condotta da seguire riguardo ad esse. Gli estranei sono, dopo tutto, l’incarnazione della non chiarezza, della confusione, del dubbio. Oggetti inconsueti per definizione, incontrati solo per un attimo (troppo breve per poter raccogliere e comparare, e tanto meno testare, le informazioni sul loro modo di comportarsi, sui loro fini, sui loro modi di segnalare o nascondere le proprie intenzioni), gli estranei sono le personificazioni ambulanti del «grande incognito», quella fonte di paura, misteriosa e impenetrabile ma estremamente prolifica. Definito in modo vago, e dunque ancor più spaventoso, il «grande incognito» sembra aver sparso i propri avamposti in ogni angolo e interstizio del nostro spazio vitale e stare in agguato ovunque ci troviamo e qualunque cosa facciamo, sul lavoro e in casa.
Questa sensazione di camminare sempre e in ogni luogo in mezzo alle trappole viene spiegata in vario modo dagli studiosi, facendo riferimento all’incertezza dell’esistenza, alla volatilità delle «reti» che hanno sostituito le strutture solide e stabili di un tempo, o ancora alla fragilità dei legami umani e all’inaffidabilità delle partnership: ma, quale che sia la spiegazione, l’ansia e il timore si rifiutano di scomparire e ci rendono inquieti, irritabili e inclini allo spavento. Riuscire a individuare le fonti dell’ansia e del timore ci sembrerebbe un sogno: non fonti qualsiasi, ma cause semplici, visibili e tangibili, tali da permetterci di fare qualcosa che abbia senso per ricacciare indietro quelle sensazioni.