Le nostre piazze a lezione di democrazia da Israele

Perché scendere in piazza per Israele? Perché la piazza italiana, nei secoli, si è disegnata sulla cultura che ha portato alla democrazia. La nostra piazza, quella dei Comuni, non può diventare proprietà privata del più volgare dissenso, quello che brucia le bandiere; che grida e perfino prega in onore dei terroristi antisemiti di Hamas; le nostre piazze non hanno la funzione di intimidire, ma di incoraggiare. Devono aprire, non chiudere.
C’è, da noi, una parte che odia e minaccia, che disegna svastiche sulla Stella di David, che si allea con chi promette di uccidere fino all’ultimo ebreo e mira con i razzi sui civili; c’è chi boicotta i negozi, i prodotti degli ebrei. Sarà interessante vedere se sono pronti a boicottare anche il vaccino di Salk, l’insulina, le vitamine, la streptomicina, le scoperte sul Dna dei premio Nobel israeliani Ciechanover e Hershko, o l’irrigazione a goccia, o persino Icq, la prima chat.
In questi giorni le nostre piazze sono servite a maledire l’unica democrazia del Medioriente, un Paese da cui neppure in questi giorni è uscita una sola parola d’odio, che ha attaccato solo quando Hamas ha rifiutato la tregua e sparato 100 missili in una notte dopo sette anni di incredibile pazienza. La criminalizzazione ha preso toni selvaggi, le evidenti ragioni di autodifesa sono state seppellite sotto l’accusa, consueta per gli ebrei, di una gratuita sete di sangue. La realtà di Hamas, antisemita, dittatoriale, sfruttatrice di donne e bambini fino alla morte di massa, è stata dimenticata: sono rimasti solo gli ebrei, criminalizzati.
Noi dunque andremo in piazza a favore di Israele, manifesteremo oggi alle 18.30 nella piazza della democrazia per antonomasia, a Montecitorio. E lo faremo senza minacciare, senza offendere, senza bruciare la bandiera palestinese, che speriamo abbia migliori destini di quella riservatagli da Hamas, che la brucia ogni giorno distruggendo la causa palestinese.
Quando diciamo in piazza per la libertà e contro il terrorismo, è chiaro che difendiamo noi stessi insieme a Israele. In questa guerra, la questione territoriale non ha parte: ai palestinesi Gaza era già stata consegnata. La loro land for peace, la terra in cambio di pace, è stata trasformata in una rampa per missili. Anche al tempo di Barak e Arafat, la terra era stata offerta, e Arafat rifiutò lanciando l’Intifada del terrorismo suicida. Appunto, delle Moschee. La questione palestinese è cambiata quando è diventata preda dello scontro religioso, quando nel 2000 lo spirito di Bin Laden aleggiava col suo bando contro i crociati e gli ebrei. Poi, è entrato in scena anche l’Iran sciita e Hamas, benché sunnita, lo ha seguito insieme alla Siria e agli Hezbollah. Un grande, nuovo schieramento che vede tutti noi democratici, ebrei e cristiani, come nemici.
Nel 2005, l’Iran lanciava un’offensiva egemonica molto potente, e Hamas cacciava Fatah dalla striscia eliminandola fisicamente. La scomparsa di Arafat riapriva dentro Fatah una prospettiva moderata, invisa all’asse del terrore. Questo stesso asse agisce in tutto come Hamas: usa la legge della Sharia, che punisce con la morte adultere e omosessuali, giustizia i dissidenti, indottrina i bambini. Odia ogni componente musulmana moderata, dà guerra aperta all’atteggiamento prudente di Abu Mazen, di Mubarak, della Giordania, dei sauditi. Come del resto è accaduto al tempo di Camp David, non basta offrire la pace per ottenerla, non basta auspicare il dialogo. Se si è costretti alla guerra per restare vivi e per difendere la propria sovranità, la si vuole combattere in modo legale. Un vasto universo di terrorismo invece disprezza tutte le regole della convenzione di Ginevra, usa masse di scudi umani: le regole non funzionano più. Una scuola resta una scuola quando è piena di dinamite e si spara dalle sue finestre? Un ospedale? Una casa di abitazione?
Sì, c’è sproporzione nel conflitto arabo israeliano: è un Paese di 6 milioni di abitanti che non odia nessuno, piccolissimo a fronte di 22 Paesi arabi con più di 300 milioni di abitanti che tentano dal 1948 di liberarsi di lui; e vicino l’Iran, e più oltre i mujaheddin di lontane latitudini che lo odiano. Certo, sproporzione: ha avuto 1.500 cittadini uccisi in tre anni di attentati terroristi a civili. Sproporzione perché a ogni sirena si mobilita una solidarietà che non lascerà mai indietro né una donna né un bambino. Che faremmo noi al posto di Israele, se venissimo bombardati senza tregua? Rimarremmo saldi, avremmo resistito? Fuggiremmo? O reagendo invece preferiremmo salvare le vite degli scudi umani e rischiare quella dei nostri figli? È un dilemma che Israele, un Paese democratico alle prese col Mediorente, affronta per tutti noi. Per questo merita una civile piazza democratica che lo sostenga e guardi con esso a un futuro di pace.