Le nostre vie agli eroi sconosciuti

Le passate vacanze ci hanno lasciato in bocca il gusto delle discussioni vacanziere. La proposta di dedicare una via cittadina a Bettino Craxi, per esempio. Visto che la cosa è così poco importante, vorrei chiedere a chi ha detto che si tratterebbe «di un segnale»: segnale di che? Mi sembra che Craxi e Milano si siano ricoperti reciprocamente di fango. Le nostre periferie pullulano già di vie dedicate a Carlo Marx. Non è così che si placano gli animi, e un animo inquieto, si sa, perde un sacco di tempo.
Piuttosto, ci sono personaggi che molto hanno dato e pochissimo o poco o non abbastanza hanno ricevuto dalla città. Giovanni Testori, per esempio. O Giuseppe Pontiggia. O Fratel Ettore. O Marcello Candia. Posso capire perfino Gino Bramieri.
I nomi più belli (giganti a parte, s'intende) sono però quelli che non cercano di farci ricordare a tutti i costi un morto, ma solo di identificare un punto nello spazio. In pochi sanno chi era Vittor Pisani. O Marcello Malpighi. O Giulio Uberti. Anche i cultori di Giancarlo Sismondi non formano una folla. Per non parlare di quelli di Riccardo Pick Mangiagalli. O di Laura Ciceri Visconti. O di Sofonisba Anguissola.
I fantasmi di queste persone si sono dissolti, a loro merito. Medici insigni, scienziati, umili benefattori, pedagogisti, luminari accademici. Gente che non cercava l'eternità, ma che ha edificato Milano. L'importante è che qualcuno sappia chi erano. Non tutti: basta qualcuno.
A queste persone una città normale dedica le proprie vie. Oppure agli artisti, a coloro che l'hanno resa bella (sempre che a Milano importi di essere bella). I morti ingombranti andrebbero lasciati stare.
Perciò la mia proposta non è di dedicare una via a Bettino Craxi, ma di sdedicare le tante vie Marx, Trotskij, Lenin. Un po' di sobrietà, per favore. Milano è una città sobria, distinta, signorile. Non è una città gridata.