«Ma il nostro bianco non muore»

Va controcorrente Pierluigi Zamò, tra le tante cose anche produttore di vino a Rosazzo: «Il Tocai è stata una bandiera del Friuli ma senza una storia secolare. Fino a quando Mussolini nel 1932, con Tocai non impose l’italianizzazione del nome, da noi si etichettava Tokay per sfruttare la maggiore popolarità del prodotto ungherese. Non scordiamoci che fino al ’18 eravamo parte dell’impero austro-ungarico. La vera accortezza fu quella di precisare Tocai Friulano».
Non solo questo però, come sottolinea Zamò: «La verità è che fino a pochi anni fa, ben pochi in Regione hanno prestato attenzione al confronto con l’Ungheria, diventato attuale solo perché si è messa di mezzo la politica. Purtroppo sembra che non si possa più bere Tocai. Non è vero: lo berremo con un altro nome anche se c’è il problema del ricorso al Tar del Lazio. Da tre-quattro anni etichetto come Friulano e vendo di più in America, Austria e Germania perché è venuta meno la confusione con il Tokay dolce, solo che se non interverrà in fretta il ministro dell’Agricoltura De Castro si bloccherà tutto: il vecchio nome e il nuovo per questa azione».
Più in generale, Zamò rimarca il problema dell’identità friulana: «Siamo una regione di bianchisti, quali bianchi però? Lasciamo stare gli internazionali, i pinot e i sauvignon che non possono essere considerati bandiere del territorio per la loro stessa natura, e prendiamo gli autoctoni: la Malvasia è generica e in più ha un problema con l’appellativo istriana, del Tocai si sa e così ci resta la Ribolla che purtroppo è anche l’uva tecnicamente più difficile da coltivare. Così una terra di bianchi, oggi ha più legami con i suoi tre rossi: pignolo, refosco e schiopettino». Una beffa.