Con il nostro buonismo siamo già diventati prigionieri dell’islam

Se sosteniamo le ragioni dei nostri carnefici e li accogliamo fin dentro casa nostra: vuol dire che i veri suicidi siamo noi

Dieci anni dopo la tragedia dell'11 settembre 2001 il nostro mondo è meno sicuro perché, da un lato, il terrorismo islamico dei taglia-gola che rinnegano a priori la sacralità della vita è più che mai diffuso, specie nei Paesi a maggioranza islamica dove i carnefici sono musulmani e la gran parte delle vittime sono anch'essi musulmani; dall'altro si sta consolidando il terrorismo islamico dei taglia-lingua, dei fanatici di Allah in doppiopetto, che con il consenso dell'Occidente stanno conquistando il potere nei Paesi islamici e fortificando le loro roccaforti teocratiche all'interno stesso di casa nostra.
Ugualmente proprio a partire dall'11 settembre 2001 il nostro mondo è diventato anche più fragile a seguito della crisi finanziaria ed economica su cui ha fortemente inciso prima l'impennata della spesa militare per contrastare il terrorismo islamico, poi la speculazione borsistica.

La crisi della sicurezza e finanziaria hanno accelerato la crisi identitaria dell'Occidente al punto da accelerare un processo di decadenza, abbracciando l'ideologia del mercatismo sul piano dello sviluppo che ci porta a prostrarci al dio denaro e a concepirci come produttori di materialità per poter consumare sempre di più, e sottomettendoci all'ideologia del relativismo sul piano culturale e del multiculturalismo sul piano sociale che ci portano a mettere sullo stesso piano tutte le religioni, le culture e i valori, finendo per concepirci come una landa deserta e per essere percepiti come una terra di conquista.

Gli Stati Uniti possono vantare un successo significativo con l'uccisione lo scorso 2 maggio del mandante di quell'attentato al cuore della superpotenza mondiale, Osama bin Laden, il miliardario saudita che creò Al Qaeda, la più terrificante rete del terrorismo islamico privatizzato e globalizzato. Ma è una pia illusione immaginare che con l'uscita di scena di bin Laden il nostro mondo sarà più sicuro, perché lui non è mai stato il comandante in capo di un esercito in cui, a partire dall'alto e attraverso una catena di comando, i soldatini eseguono gli ordini. Al Qaeda è piuttosto una piovra con mille tentacoli in cui la testa, bin Laden, è stato il riferimento ideologico e spirituale, ma in cui ciascuna cellula sparsa nel mondo è sostanzialmente autonoma sul piano del reclutamento dei terroristi, del reperimento delle risorse, dell'individuazione dei bersagli da colpire e della scelta dei tempi degli attentati.
Il sostanziale insuccesso americano nella lotta al terrorismo islamico ha una ricaduta finanziaria pesantissima al punto da destabilizzare gli equilibri internazionali. Secondo il Congresso il costo complessivo delle guerre sferrate all'indomani dell'11 settembre è semplicemente astronomico: ad oggi sono già stati spesi 2.800 miliardi di dollari. Nello specifico la guerra in Iraq è finora costata 757,8 miliardi; la guerra in Afghanistan 416,4 miliardi; la guerra in Pakistan 13,3 miliardi; le spese militari supplementari sono di 667 miliardi; le spese per la Sicurezza interna sono di 402 miliardi; il rafforzamento della sicurezza è costato 28,5 miliardi; la gestione degli affari internazionali è costata 66,7 miliardi; le indennità per l'invalidità dei veterani è 18,1 miliardi; le spese mediche dei veterani sono di 13,2 miliardi; l'interesse sul debito è di 400 miliardi.

La guerra del terrorismo ha di fatto portato gli Stati Uniti ad un passo dall'insolvenza nel pagamento degli interessi sul debito pubblico, il più elevato al mondo, pari a 15.476 miliardi di dollari, circa il 100% del Pil (Prodotto Interno Lordo). In percentuale le spese militari che erano di 375,983 miliardi di dollari nel 2000 e che sono balzate a 6.191 miliardi di dollari nel 2011, registrano un'impennata di circa l'83% in un decennio.

In questo contesto gli Stati Uniti, sin dalla precedente amministrazione Bush e con maggiore determinazione con Obama, si sono imposti l'obiettivo di abbattere le spese militari. Per farlo è indispensabile assicurarsi che Al Qaeda non compia più attentati quantomeno in Occidente. Ed è così che consapevolmente o meno, comunque irresponsabilmente, l'Occidente è caduto nella trappola micidiale dell'illusione che per affrancarsi dal terrorismo islamico dei taglia-gola, coloro che disprezzano a tal punto la sacralità della vita che dieci anni fa non esitarono a trasformare degli aerei in bombe umane da scagliare contro le Due Torri Gemelle e il Pentagono, si possa o addirittura si debba allearsi con i terroristi islamici dei taglia-lingua, chiedendo e ottenendo l'impegno - bontà loro - a risparmiarci la vita non mettendo le bombe e non facendosi esplodere dentro casa nostra, in cambio della loro piena legittimazione politica come potere egemone nei Paesi a maggioranza islamica e della concessione di sempre più moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici all'interno stesso dell'Occidente.

Questo patto diabolico tra l'Occidente e gli islamici radicali fu suggellato nel 2006 e culminò con la vittoria di Hamas nei Territori palestinesi e l'ingresso dei Fratelli Musulmani nel Parlamento egiziano. Oggi i Fratelli Musulmani sono ad un passo dal monopolizzare il potere in Egitto, Tunisia, Siria, Yemen e Libia. E noi occidentali, che ci siamo auto-imposti il bavaglio dell'ideologia dell'islamicamente corretto impedendoci di dire o di fare tutto ciò che può urtare la suscettibilità degli islamici, continuiamo ad esultare descrivendola come la «Primavera araba»! Se siamo noi stessi a sostenere il nostro aspirante carnefice fuori e sin dentro casa nostra, significa che siamo proprio votati al suicidio della nostra civiltà.