Il nostro «fiuto» meglio delle intercettazioni

Seguo, come tanti, in questo momento della vita politica italiana quanto si sta sviluppando in merito alla legge che dovrebbe limitare l’uso delle intercettazioni telefoniche.
Ognuno esprime il proprio parere, tenendo ben fermo da parte di tutti il fatto che le stesse non debbano interferire nella sfera privata dell’individuo.
Per cui come penso dovrebbe il tutto essere accentrato solo ed unicamente nella ricerca delle prove per la identificazione dell’autore di un reato; lasciando logicamente da parte ogni altra valutazione delle stesse.
Non entro nel merito dei reati che dovrebbero essere presi in considerazione, anche se al momento delle intercettazioni si è fatto un particolare abuso.
Per cui sarebbe giusto ritornare un poco a quello che era il passato, anche se non è stato da parte dei responsabili delle inchieste accantonato lo stile ed il metodo, diciamo dei miei tempi, di quel tempo vissuto ad essere responsabile di un Comando di Stazione, di quella cellula vitale quale è la Stazione dei Carabinieri, a mio parere elemento essenziale, insostituibile della istituzione dell’Arma dei Carabinieri.
Si è sempre lavorato in perfetta sintonia con la magistratura. Certo adesso si arriva sul luogo del delitto a sirene spiegate. Si ascoltano di più le prove del laboratorio che non quelle dei testimoni; ma rimaneva sempre fermo il discorso che ogni indagine veniva condotta facendo uso di ragionamento, intuizione ed immaginazione. In questo modo non si faceva torto a nessuno, perché le indagini non erano figlie di intercettazioni o di «prove di reato di laboratorio scientifico».
Mi ritornano alla mente tante conversazioni avute con Mario Soldati quando si doveva commentare un fatto di cronaca del mio territorio che mi aveva visto dover agire e procedere per la ricerca della verità.
Ai miei tempi, come adesso, non accadevano delitti brutti e squallidi che stringevano il cuore, e ove i moventi più nobili o diciamo i meno ignobili, come l’onore, la passione, la gelosia l’amore respinto si riscontravano molto di rado, si potevano contare sulla punta delle dita. E se si escludono i delitti causati dalla follia, da una nevrosi sempre meno numerosi rimanevano la grandissima maggioranza dei delitti quelli che avevano lo scopo soltanto l’interesse o il danaro.
Per quelli si cercavano le prove reali e testimoniali, si ricapitolavano mentalmente i fatti e gli elementi acquisiti e si cercava di ricostruire il reato come appariva probabile si fosse verificato.
Tutto questo avveniva senza intercettazioni o, ripeto, prove di laboratorio.
Era un raggiungere lo scopo nella identificazione del colpevole effettuato facendo ricorso a tutti quegli elementi che si acquisivano durante le indagini.
Indagini che venivano svolte in riservatezza per un doveroso riguardo alla autorità giudiziaria, e per non compromettere con inopportune ed intempestive indiscrezioni il proseguimento dell’istruttoria.
Per cui penso che tante inchieste con esito positivo, siano anche frutto di lavoro investigativo e non solo come strumento di laboratorio o di intercettazioni.
Dico questo perché il campo della polizia giudiziaria è certamente difficile. L’intelligenza umana in genere e quella dei delinquenti in ispecie è varia e multiforme, al pari della loro astuzia e della loro fantasia. Ad esse l’investigatore deve opporre intelligenza, astuzia e fantasia per lo meno pari se non maggiore.
Logicamente tutto questo deve essere sempre svolto senza ledere la vita privata della persona o la sfera della stessa, non tralasciando buonsenso, spirito di osservazione, facoltà critica e conoscenza della persona umana.
*maresciallo dei carabinieri