Il nostro governo fa ricorso: «Un simbolo incancellabile»

RomaIl crocifisso esposto in classe è «fastidioso» per i non credenti e «limita il diritto dei genitori a educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere». Soila Lautsi ce l’ha fatta. La mamma di origini finlandesi che da otto anni rincorre l’obbiettivo di far togliere i crocifissi dalle aule delle scuole italiane alla fine ha trovato qualcuno che le ha dato ascolto. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito in una sentenza «storica» che il crocifisso rappresenta una violazione della libertà di chi cattolico non è e dunque nelle scuole non ci deve stare.
Ma il governo italiano non ha nessuna intenzione di subire la decisione europea. È il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ad annunciare di aver immediatamente presentato ricorso contro la sentenza e a questo punto la questione passerà alla Grande Camera europea. «Nessuno vuole imporre la religione cattolica, tanto meno attraverso la presenza del crocifisso che è un simbolo della nostra tradizione - dice la Gelmini -. La nostra Costituzione riconosce giustamente un valore particolare alla religione cattolica. Non vorrei che alcune norme cui si riferiscono i giudici di Strasburgo potessero essere in contrasto con la nostra Costituzione». Dunque il ministro annuncia il ricorso contro Strasburgo perché «il crocifisso rappresenta l’Italia e difenderne la presenza nelle scuole significa difendere la nostra tradizione».
È il governo italiano nella sua totalità a ribellarsi alla sentenza che, dice il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è «un colpo mortale all’Europa dei valori e dei diritti». Per il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, questa decisione «rappresenta un errore e un atto di insensibilità». E se i vescovi la bollano come frutto di una «visione parziale e ideologica» nel mondo politico anche i laici esprimono perplessità. Il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, è d’accordo con la presentazione del ricorso: «Il crocefisso non è soltanto un simbolo religioso, ma testimonia una tradizione millenaria».
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, critica «la negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del cristianesimo nella società e nella identità italiana». Il presidente del Senato, Renato Schifani, esprime invece «grande amarezza» per la sentenza: «Sarebbe un errore drammatico - spiega - fare dell’Europa uno spazio vuoto di simboli, di tradizioni, di cultura». Pierluigi Bersani, segretario Pd, commenta che «il crocifisso non può essere offensivo per nessuno».
È dal 2001 che la casalinga finlandese presenta ricorsi e denunce a tutti perché la scuola di Abano Terme frequentata dai suoi due figli, allora adolescenti, si rifiutò di togliere la croce presente nelle aule scolastiche, come da lei richiesto. Tra sentenze e rimpalli si arrivò al 2006 quando il Consiglio di Stato stabilì che il crocifisso è prima di tutto un simbolo dell’identità italiana e dunque poteva restare nelle aule. Sentenza confermata dal Consiglio di Stato nel 2006. Ma la finlandese non s’è arresa e ha fatto ricorso alla Corte di Strasburgo che ha pure fissato per lei un risarcimento di 5.000 euro per i danni che avrebbe subito.