"Il nostro Jim, figlio di Dioniso. Era più sincero di Bob Dylan"

Ray Manzarek e Robby Krieger a Londra per il cd con i loro classici rimasterizzati: «Il suono digitale fa sentire passaggi inediti di Morrison»

Londra - I nostri primi 40 anni firmato The Doors. Li festeggiano a Londra e non poteva che essere un anniversario anomalo, dominato com’è dall’inquieto fantasma di Jim Morrison. E allora festa per i fans con l’uscita del doppio CD The very best e dell’omonimo dvd... Be’ tutto qui ? Eh no, ora riparte la saga, una specie di Dallas – anche se loro non l’ammettono – che porta dritto alla fine del marchio Doors. I tre reduci, da separati in casa, ormai hanno divorziato. Dopo aver vinto la causa per impedire l’uso del nome Doors, il batterista John Densmore ha piantato in asso Ray Manzarek e Robby Krieger. «Se vogliono continuare, non usino il nostro nome», ha dichiarato. Detto fatto la coppia si è ribattezzata Riders on the Storm (come un classico della band). Dopo una breve parentesi con il cantante dei Cult, Ian Astbury, ha reclutato il vocalist dei Fuel, Brett Scalions per tornare on the road.

I Doors sono morti, viva i Doors?
«I Doors non moriranno mai, sono il simbolo - come lo sono stati i beatnik per il jazz - dell’unione tra poesia e r’n’r».

Ma Jim Morrison era l’anima del gruppo.
«Sì, lui è stato il vero poeta della beat generation, un vero esistenzialista che guardava in faccia la realtà e i suoi problemi. Lui ha cantato la libertà. Bob Dylan da molti è considerato il più grande poeta di quella generazione, ma lui fuggiva dai problemi attraverso le metafore».

Senza di lui dunque i Doors si sono spenti?
«Lui era una specie di dio, una reincarnazione di Dioniso, uno dei quei personaggi che nascono ogni 1000 anni. C’è stato un momento, se non avesse cominciato a bere così tanto, che per il suo potere sulla gente pensavamo che avrebbe potuto diventare il Presidente degli Stati Uniti. Ma poi c’era anche la nostra musica, quella impregnata di blues e di improvvisazioni jazz, ispirate a John Coltrane ed al Modern Jazz Quartet. Molti dicono che sia ancora vivo, e io spero che lo sia».


Però ora state prendendo una nuova direzione. Muddy Waters diceva il blues ha un figlio che si chiama r’n’r; quindi possiamo dire i Doors hanno un figlio e si chiama Riders on the Storm.
«La band, è vero, nasce per portare avanti il messaggio dei Doors. È un tributo a Jim. Abbiamo preso Brett Scalions e gli abbiamo detto “Non imitare Jim, devi solo cantare le sue canzoni e farne arrivare lo spirito alla gente”. E Scalions ce l’ha fatta. Bisogna avere le palle per cantare Light my Fire nel modo giusto senza che ti tremino le gambe».


Dopo 40 anni è ancora vivo lo spirito dei Doors?
«Noi abbiamo cercato di dare una svolta sia musicale che politica. L’idea era ed è ancora oggi: butta via il Vecchio Testamento, butta via il Corano, e comincia a vivere secondo la tua coscienza. E noi pensiamo che tra qualche anno potrebbe nascere una nuova rivoluzione di questo tipo. In realtà il nostro messaggio è sempre attuale».


Quindi nessun tradimento.
«Nessun tradimento. Pubblichiamo il doppio cd per celebrare la nostra longevità. Nell’album col suono digitale si ascoltano cose mai sentite: passaggi della voce di Jim o dei nostri strumenti. A maggio insieme ad un batterista e un bassista, partiremo in tour. Prima gli Stati Uniti e l’Australia, poi tra giugno e luglio l’Europa, anche se non abbiamo ancora deciso il giro delle città italiane».


Oggi c’è un linguaggio musicale rivoluzionario che può essere paragonato a quello dei Doors?
«Non a livello di testi. Però la novità è rappresentata dalla musica strumentale unita all’elettronica. Mi piacciono molto il duo Kruder & Dorfmeister, Beck e i Chemical Brothers».