Il nostro Meridione in difetto di intelletti

Che l'Italia degli emigranti fosse ritornata ce n'eravamo già da tempo accorti: sentendo i dialetti di tanti giovani infermieri negli ospedali o muratori tra le impalcature. Ma il rapporto dello Svimez ha il merito di dare almeno un confine di numeri alle nostre sensazioni. E stima a un'enormità, più di un quarto di milione l'anno, la fuga di lavoratori dal Sud al Nord d'Italia. Una cifra dunque inferiore solo di qualche decina di migliaia a quella degli anni tra 1961 ed il 1963. Quei mitici primi anni Sessanta che impressero immagini indelebili nei cuori di tutti gli italiani. Che vedevano quelle valigie rigonfie, infilate nei finestrini dei treni dal fervore dei tanti visi scarni da bracciante. Contornati dalle nonne con gli scialli neri, già nostalgiche, e dai vestitini immacolati delle bambine stupite, quegli emigranti emanavano però il fervore della speranza. E anche quello servì a far digerire meglio certi dialetti di vocali troppo aperte e le maniere così diverse. Proprio come servirono gli esempi che ancora resistevano recenti di meridionali eccelsi, Croce, o Di Vittorio, o viventi, Mattioli. Insomma c'era fervore degli umili che chiedevano di riscattarsi e c'erano come a garanzia grandi esempi, di banchieri, filosofi o sindacalisti. Tutto l'opposto di quanto avviene adesso.
Il numero imponente di quanti emigrano dal Meridione certo si giustifica, visto che là il Pil procapite è di molto inferiore a quello del Centro e del Settentrione. Ma non c'è più in essi il dono di quella ingenuità arcaica certo, ma tenace e il più delle volte positiva. I giovani emigranti adesso paiono già rassegnati prima di partire; si prefigurano uno stipendio che gli basterà male a pagare i fitti. Ma soprattutto sono stanchi. È pur vero: la miseria del Meridione da cui i loro padri fuggivano era ben maggiore. Ma quei campi duri da zappare come la pietra, e la famiglia atavica e parca, formavano almeno i caratteri. Invece il disastro, anzi l'aborto al Sud d'una società civile e economica come quella del Nord, ha disfatto i nuovi emigranti. Il resto d'Italia si compiace certamente che arrivino loro, perché come è ovvio li preferisce. Ma non ha più indulgenza pei mali del Meridione. Anche perché i meridionali eccelsi che questi anni ci propinano in tv adesso chi sono? Mastella, che fa il labbruccio mentre Di Pietro, cupamente, litiga con la sintassi? Se ne convenga, né a sinistra e neppure a destra, ci sono più Mattioli o Di Vittorio.
Il marcire dello Stato in Italia e l'agonia dei suoi fondamenti morali e intellettuali, che sarebbe a dire poi spirituali, ha avuto esiti ancora più dolenti dov'essa era più fragile. Fino ai casi del sindaco di Napoli, che si offende e offende le sue corde vocali. E biasima gli americani che a ragione sconsigliano quella città. Come se gli altri italiani se la sentissero ora di andare a Napoli, per viverci, tra fumi delle immondizie, morti ammazzati, scippi. E per giunta poi sorbirsi pure gli stridori di gola della Iervolino. Perché almeno una volta i migliori al Meridione avevano una bella retorica amplia, «asiana». E il discorrere di Bordiga o di un Di Vittorio rapiva davvero. Ma ormai il Meridione è in difetto di intelletti e persone grandi. Altro che Anni Sessanta: il disastro abbonda di stridori da pelle d'oca; ma lascia agli emigranti meno speranza.
Geminello Alvi