«Il nostro è il mestiere più stupido del mondo»

di Franco Buzzi*

Sarò un nostalgico, ma una città priva di un direttore musicale stabile mi sembra più povera e più fredda. La musica che nasce dai movimenti di quell’unica bacchetta è quella che si ricorda e che ci si attende percorrendo a piedi le strade della nostra città, soprattutto in occasione delle grandi ricorrenze. Sì, perché è proprio di quella musica uscire con noi dal Teatro alla Scala per insinuarsi nelle viuzze circostanti, inondare le piazze e ripresentarsi alla memoria dietro l’angolo dei palazzi, quando meno te lo aspetti, con la forza martellante dei suoi ritmi, la dolcezza delle melodie, l’unisono dell’orchestra e... l’immagine indelebile del maestro. Riccardo Muti compie 70 anni: 19 ne ha trascorsi a Milano come direttore musicale alla Scala. Ha lasciato il suo incarico sei anni fa, dando le dimissioni in seguito a uno strascico di penose polemiche che miravano a separarlo dalla sua orchestra. Il suo rapporto con gli orchestrali fu di amore e odio, come spesso accade nel campo dell’arte tra chi riveste una responsabilità, portando l’onere della rappresentanza congiunto alle gratificazioni dell’immagine, e coloro che contribuiscono in modo determinante al buon risultato di ogni impresa artistica. Ci mancano oggi le esecuzioni di Muti e della sua orchestra: Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Falstaff, la Walchiria, l’Orfeo ed Euridice. Ci mancano le sue scintillanti esecuzioni sinfoniche scelte nello spettro di quel vasto repertorio che riflette la severa e ampia preparazione di Muti e della sua vita consacrata alla direzione. Le orchestre di Firenze, Londra, Filadelfia e Chicago lo hanno visto in azione, ma oserei dire che Milano lo ha voluto e lo ha adottato: con lui la città intera si è identificata negli innumerevoli successi portati in tutto il mondo. Lo ricordo presente la sera del 2 dicembre 2004 quando, in compagnia di Mario Botta, Muti onorò l’apertura della mostra «I colori della musica» voluta, negli spazi dell’Ambrosiana, dal mio predecessore, il prefetto mons. Gianfranco Ravasi, intimo amico del maestro. Infatti, in occasione della riapertura del Teatro alla Scala, il Collegio dei Dottori della Biblioteca Ambrosiana partecipò alle celebrazioni cittadine allestendo una mostra con i propri cimeli musicali. In tale circostanza Muti dimostrò il suo amore alla città, mettendo a disposizione dell’Ambrosiana alcuni preziosi manoscritti autografi che fanno parte della sua collezione privata e che gli sono particolarmente cari, perché sono stati da lui acquistati in tanti viaggi per il mondo, con l’intento di tenersi vicine le testimonianze scritte di grandi compositori. I visitatori poterono così ammirare, tra gli altri, documenti autografi di Paisiello, Cherubini, Spontini, Donizetti, Bellini, Verdi, Wagner, Gounod, Giocosa, Puccini, Meyerbeer e Rossini. Caro maestro Muti, il tempo passa e tutto trasforma. Le difficoltà e le esperienze negative possono addirittura cambiarci in meglio; nella memoria delle persone buone restano solo i ricordi belli. Se non sbaglio, secondo certi canoni dell’armonia classica le tensioni sonore che attraversano un brano dai toni cupi tendono a risolversi, verso la fine, negli accordi pieni e solari delle tonalità in Maggiore. Davvero non è pensabile un ritorno alla Scala, sia pure fugace, di un uomo grande come Lei, che ha dato tanto a Milano e che la gente ricorda ancora con tanto affetto e nostalgia?
*Prefetto Veneranda Biblioteca Ambrosiana