«Il nostro necrologio di nozze»

Sabato scorso, su questo giornale, a pagina 14 è comparsa la seguente inserzione a pagamento: «Roberto e Angela Dendi nel sessantaduesimo anniversario del loro matrimonio ricordano i giorni lieti del loro incontro nella Aeronautica della Repubblica sociale italiana e rivolgono un commosso pensiero ai commilitoni assassinati a guerra finita. Firenze, 24 febbraio 2007». Non era la prima volta che mi capitava di leggerla. Gli anni scorsi appariva fra le necrologie. Mai visto, in questo Paese, due sposi che festeggiano le nozze di diamante con un annuncio funebre. È giunto il momento di andarli a trovare.
Periferia di Firenze, via Mayer, un lindo appartamento senza pretese. Roberto Dendi ha 92 anni. È nato in via Buonarroti, di fronte alla casa di Michelangelo. Angela Dendi ne ha dieci di meno. È nata a Milano. Si conobbero nell’agosto del ’44. Lui era stato pilota della Regia aeronautica e aveva lasciato una gamba nel mare della Spezia per un incidente di volo. Lei era impiegata dattilografa negli uffici dell’Aeronautica nazionale repubblicana a Monza. Dopo l’8 settembre del ’43 avevano fatto la medesima scelta, aderendo alla Repubblica di Salò. «Sì, diventammo “repubblichini”, lo scriva con le virgolette, mi raccomando. E come avremmo potuto tradire coloro che fino al giorno prima erano stati nostri alleati? Era proprio impossibile prestare ancora obbedienza a un re fuggiasco che s’era rivelato più piccino d’animo che di statura».
Il maestro elementare Dendi, sottotenente in congedo per cause di servizio, da Firenze cominciò a tempestare di lettere Benito Mussolini, che nell’agosto del ’36 aveva visto atterrare con un Savoia Marchetti 66 al Lido di Roma, «pilotava personalmente l’idrovolante, era tutto vestito di bianco, dovrei avere anche una foto dell’evento», si emoziona rovistando nell’album, «eccola qui». Due, tre, quattro suppliche spedite direttamente a Villa delle Orsoline, il quartier generale di Gargnano, sul lago di Garda: «Duce, ho perso una gamba, ma posso ancora rendermi utile all’Italia. Se non come pilota o aiuto pilota, almeno come motorista. Richiamatemi in Aeronautica! Fatemi volare!». Alla fine venne accontentato: ufficiale pilota della Rsi.
E così un anno dopo a Milano poté conoscere lei, «Angela di nome e di fatto, il più bel regalo che il fascismo mi ha lasciato. Aveva appena 20 anni. Era bellissima. Dopo due mesi di corte assidua, accettò di venire al cinema Corso e riuscii a darle un bacio. Lei si domanderà come mai abbia sposato uno come me, senza una gamba. Glielo chieda, su!». E la moglie, prima di correre in cucina a girare l’arrosto con le patate: «Era molto bello anche lui, e poi con l’arto artificiale non è che ci si accorgesse della menomazione. Ma la sua intelligenza prevalse su tutto. A me parve un eroe».
L’incidente che privò il marito della gamba destra era avvenuto il 4 maggio del ’40. Dendi, 300 ore di volo alle spalle, stava compiendo una ricognizione sul mar Ligure col suo idrovolante Cant Z 501. «Fui costretto a un ammaraggio forzato. Risalii a nuoto dal fondo del mare e riuscii a fatica ad arrampicarmi sul relitto: solo allora mi accorsi che non avevo più una gamba. All’aiuto pilota l’elica aveva tranciato di netto il piede. Persi i sensi. Ancora adesso risento il medico in ospedale che mi tocca il naso freddo e dice: “Questo è morto”».
Fino a cinque anni fa l’invalido guidava la sua Daf azzurra automatica: «Mezzo milione di chilometri ci ho fatto». Oggi è sempre in carrozzella, sequestrato in casa. Non esce da anni. L’ultima volta che l’ha fatto è stato per andare in ospedale a operarsi di cateratta. «Ma non perché manca l’ascensore, è proprio che mi pesa uscire. E poi dove vo’? Mi restano solo i francobolli». Non è del tutto vero: avviato verso il secolo di vita con la lucidità e l’energia di un ventenne, l’ex ufficiale della Rsi passa mezza giornata a smanettare con Internet («esto Google soddisfa tutte le mie domande») e con la posta elettronica (la chiocciola degli indirizzi e-mail per lui è «la mascherina»), l’altra mezza a scrivere ai giornali («ma la risposta evasiva che Sergio Romano ha dato alla mia lettera sulla questione di Danzica ’un mi garba»).
Era maestro come Mussolini.
«E come Rosa Maltoni, la madre. E dire che fino a 8 anni non ho neppure frequentato la scuola».
Per quale motivo?
«Mio padre era stato ucciso nel ’18 con i gas asfissianti sul fronte francese. La mia sorellina finì in collegio dalle Mantellate a Zara, in Dalmazia. Io fui abbandonato all’ospizio marino Vittorio Emanuele II di Viareggio».
Abbandonato?
«Come Robinson Crusoe. Parcheggiato, in quanto orfano di guerra, fra reduci mutilati e anziani. Non ho ricordi di altri bambini. Restai là da solo per due anni».
Non le mancava la mamma?
«Che altro poteva fare, povera donna? Era alla fame. Mi sarà anche mancata, ma non ce l’ho presente. Non tornavo a casa neppure per Natale. Imparai a leggere per conto mio».
E scrivere?
«A 8 anni fui riportato a Firenze. Il direttore della scuola elementare di via dei Magazzini mi fece un esamino e mi ammise direttamente in terza. Diventai il più bravo della classe. Ma, una volta iscritto alle magistrali, dovetti ripetere la seconda. E siccome la professoressa Bertoni m’aveva preso di mira e minacciava di bocciarmi un’altra volta, la mamma decise di riunire la famiglia a Zara. Rimanemmo in Dalmazia dal ’29 al ’34. Tornato a Firenze, trovai posto come maestro a Marignolle. Sono andato in pensione da direttore didattico nel ’77. Non c’è mestiere più bello che insegnare ai ragazzi. È diventata maestra e dirigente scolastica anche la nostra unica figlia, Maria».
Perché festeggiate l’anniversario di matrimonio con un necrologio?
«Perché... Ventimila morti». (Si porta una mano al petto, gli occhi si riempiono di lacrime). «Mi scusi, eh, ma ogni volta mi commuovo».
Non deve scusarsi.
«Ventimila morti a guerra già finita, capisce? Il 25 aprile non successe niente. Io ero a Milano. Andai come ogni mattina da viale Campania alla caserma Italo Balbo in piazza Ermete Novelli con la mia divisa di ufficiale pilota. Percorsi a piedi tutto viale Romagna. La città era tranquillissima. In caserma ci dissero: “Tornate nel pomeriggio. Vi saranno pagati due o tre mesi di stipendio anticipato”. Lì capii che la Rsi era finita. Il pomeriggio andai in borghese».
Nessuna insurrezione.
«No. La strage cominciò il 26, a liberazione avvenuta. Io e Angela c’eravamo sposati da appena due mesi, abitavamo in un alloggio ammobiliato all’angolo di via Archimede, porta a porta con una villetta dove i partigiani confabularono per tutta la notte. La mattina uscirono con i fazzoletti vermigli al collo ed eressero una barricata in mezzo alla strada. Contro chi, non si sa. Ero in pigiama sul poggiolo. Vidi due ufficiali, dell’aeronautica come me, consegnarsi ai rossi. Il capo, un professore, gli batté una mano sulla spalla: “Con noi siete al sicuro”. I due, per riconoscenza, indicarono me al primo piano, dicendo: “Attenti a quello, però. È un duro”».
E lei?
«Me la svignai subito con Angela. Ci nascose uno zio antiquario, e così avemmo salva la vita. Altrimenti avrei fatto la fine del maggiore Adriano Visconti, asso dell’Aeronautica nazionale repubblicana, ammazzato a tradimento con una raffica di mitra alla schiena dopo aver trattato la resa con i rappresentanti del Cln».
Come apprese della morte del Duce?
«Della macelleria messicana di piazzale Loreto, vorrà dire. Venni a saperlo dalla stampa. Povera Claretta... Claretta, non la Petacci, come scrivono spregiativamente i giornali. È morta per amore. Poteva seguire la sorella Miriam di San Servolo, scappare in Spagna, c’era un aereo tedesco pronto per lei. Invece rimase fino alla fine, perché “dove va il padrone, il cane lo segue”, diceva. Altri tempi, altre donne. Io Claretta la farei santa».
I santi del calendario non le bastano?
«Ah, guardi, dipendesse da me... Sono agnostico. Queste bischerate di Adamo ed Eva e della mela non le ho mai capite. Siamo fatti in modo da non poterle capire. Come fa questo mio cervello, limitato e finito, a comprendere che dopo la vita presente ci sarà un’altra vita? Mi arrendo. Ma una coscienza che mi dice di non fare il male ce l’ho. Non c’è bisogno che sia Dio a insegnarmi che l’aborto è un delitto abominevole».
Che conseguenze sopportò per la sua adesione alla Rsi?
«Fui convocato a Firenze dal giudice, che incaricò un’ispettrice e una direttrice didattica d’interrogarmi. “Come giustifica la sua adesione alla Rsi?”, mi chiesero. Io spiegai che ero, e sono rimasto, mussoliniano, più che fascista. Allora una delle due disse all’altra: “Qui ’un v’è nulla da fare. L’è volontario!”. Fui epurato. Mi tolsero il lavoro e lo stipendio. Quattro anni dopo, quando Palmiro Togliatti varò l’amnistia per coprire i delitti politici compiuti dai suoi, ne beneficiai anch’io, che non avevo mai ucciso nessuno».
Che cosa le piaceva del fascismo?
«Il rispetto di cui l’Italia godeva nel mondo».
Parla dell’Italia trascinata in guerra da Mussolini e ridotta a un ammasso di macerie?
«Non aveva scelta. Fra i tedeschi che minacciavano d’invaderci dal Brennero e gli Alleati che ci avrebbero presi dal Mediterraneo, scelse il meno peggio».
Hitler il meno peggio?
«Vabbè, i tedeschi sono i tedeschi. Hanno fatto cose spaventose, non ci piove. Però lo scopo di Hitler era di avere il Corridoio di Danzica per andare a sconfiggere il bolscevismo».
Le leggi razziali non furono un’ignominia?
«Sì. Ma negli Stati Uniti i negri non hanno forse viaggiato fino al ’54 su autobus diversi da quelli dei bianchi? Agli ebrei non fu torto un capello».
Capirà, furono persino privati del lavoro ed espulsi dalle scuole.
«Un pedaggio da pagare all’alleato tedesco. Che vuole, i tempi eran quelli. Certamente il Duce non lo fece per antisemitismo, visto che il suo sottosegretario agli Interni fino al giugno del ’24 era stato Aldo Finzi, un ebreo».
Sta’ a vedere che va assolto anche per il delitto Matteotti.
«Ma scusi, perché Mussolini avrebbe dovuto far ammazzare Andreotti?».
Ahi, lapsus rivelatore.
«Volevo dire Matteotti. Ne ebbe solo grane su grane. Quella fu una spedizione punitiva delle teste calde, capeggiate da Amerigo Dumini, finita male».
Il Duce donò le colonne in marmo di Carrara per la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme e ricevette la Spada dell’Islam a Tripoli. Oggi andrebbe d’accordo con Bin Laden e Ahmadinejad.
«Come si fa a dirlo? Scelse la politica che gli conveniva di più. Allora non c’era mica Israele. Il mondo di oggi è pazzesco».
Persino Gianfranco Fini ha riconosciuto che il fascismo fu «il male assoluto».
«Lasci stare Fini, che è una (censura) assoluta. E pensare che Giorgio Almirante lo considerava suo figlio! Rivoltante».
Ma lei per chi vota?
«Non vado a votare da anni. Ma, se ci andassi, voterei Berlusconi. L’è un po’ bischero, però rappresenta il male minore. Ora le dico una cosa che lei non deve scrivere: mia figlia è cattocomunista».
Accidenti, che nemesi.
«Sissignore, m’è capitata questa disgrazia. Ha sposato il fratello di Peppino Aldrovandi, deputato bolognese del Pci. Una coppia spettacolosa, che mi ha pure dato due nipoti eccezionali. Ma a loro sta bene avere per capo dello Stato un comunista che alla scadenza del settennato avrà 88 anni, si rende conto? E glielo dice uno che va per i 93».
Litigate?
«Le frizioni tra noi non nascono dal fascismo o dalla Rsi, ma dalla politica degli ultimi 40 anni. Mia figlia è contro l’aborto come me, però accetta la legge 194. A lei va bene Prodi, a me no».
Che cosa non le piace di Prodi?
«Nulla. Ha la risata del mio pronipote di sei mesi. Ho detto tutto».
Peggio Bertinotti o Pecoraro Scanio?
«Bella partita. Se venissi da Marte, sceglierei Bertinotti. Almeno è intelligente. Anche se quel cretino di mio nipote, guida alpina, vota per i verdi perché ama la natura».
Qual è il segreto della durata del suo matrimonio con Angela?
«La sincerità. Ci diciamo le cose sul muso. Lei sostiene che voglio sempre aver ragione».
Come la Buonanima.
«Ma non è vero. Io lo cerco, il torto».
Dei Dico che cosa pensa?
«Dico, Pacs... Bischerate. Destra e sinistra non vogliono ammettere d’avere entrambe il problema dei (censura) che vogliono fare il loro porco comodo al riparo della legge».
Il 40% delle coppie eterosessuali divorzia. La media europea dei matrimoni non raggiunge i 13 anni. Perché secondo lei?
«Eh, dipende anche dai genitori che ci siamo scelti».
In che senso?
«I coniugi coetanei hanno altissime probabilità di separarsi. Avere la stessa età è un danno enorme».
Tra me e mia moglie ci sono tre mesi di differenza, e con ciò?
«Male, molto male! Un cinquantenne con una cinquantenne non va bene».
Meglio dieci anni di differenza.
«Anche 30 o 40».
Ha mai tradito sua moglie?
«Purtroppo no. Anche se in 62 anni di matrimonio qualche occasione l’avrei avuta».
La fedeltà coniugale è un valore?
«In senso materiale no. Ma la fedeltà rientra nella categoria dell’amicizia, che è sacra. Se mi muore lei, m’ammazzo. L’estate scorsa è andata di domenica pomeriggio in cerca di una farmacia. Non riusciva a trovarne una di aperta, i bus non passavano mai. È stata via sei ore. Credevo che avesse fatto un infarto in strada per il caldo. Piangevo disperato».
La vita le è mai stata di peso?
«La vita è tremenda. Come diceva Montanelli, siamo ombre che passano».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
(365. Continua)