"Al nostro Paese serve più meritocrazia e cultura di impresa"

Federica Guidi, favorita alla successione di Matteo Colaninno alla guida degli junior di Confindustria, parla del suo programma e assicura più autonomia

Sta finendo anche per lei la campagna elettorale. Il 23 aprile i giovani di Confindustria devono scegliere il loro presidente e Federica Guidi è in ampio vantaggio. Il suo sfidante, Cleto Sagripanti, si sta dando un gran d’affare, e i suoi sponsor sono imprenditori che pesano nel sistema montezemoliano: Diego della Valle e Luigi Abete, tra gli altri. Ma la rimonta, di cui si è parlato, sembra lontana, con la Guidi al 70% dei consensi. In questa conversazione Federica Guidi si modera. È il suo tratto: ha valori precisi, forti e crede in un gruppo di giovani con «idee coraggiose», ma non vuol sembrare, e non è, una rivoluzionaria. È stata vicepresidente dei giovani guidati da Matteo Colaninno, una presidenza partita con il verso giusto e finita in una candidatura politica (con un piede anzi tutti e due ancora in Confindustria). Gira l’Italia per «condividere il suo programma» e portare a casa consensi. Ieri a Milano, pochi giorni fa nel triveneto e oggi in Sicilia.

E allora come sta andando il suo «road show»?
«Benissimo ho ottenuto la fiducia di tante territoriali, sotto il cappello di 15 comitati regionali, che oggi (ieri, ndr) si sono riuniti in Assolombarda. Si tratta del 70% dei 223 elettori che il 23 aprile sono chiamati a Roma per eleggere il futuro presidente. Abbiamo sottoscritto un programma comune e questi incontri sono utili per condividere il programma e i principi che ne sono alla base».

Concretamente di cosa stiamo parlando?
«Il principio di base è l’autonomia del nostro movimento: è un valore strategico. Vale sia nei confronti della politica sia verso la nostra casa comune che è la Confindustria. Uno dei valori fondamentali del nostro movimento è anche la cultura aziendalista».

Non mi sembra che la presidenza che l’ha preceduta sia stata un monumento di autonomia sia dai grandi della Confindustria sia dalla politica.
«Per quanto riguarda le scelte di Matteo Colaninno devono essere considerate personali e non coinvolgono come tali il gruppo giovani. Noi abbiamo un nostra agenda autonoma: in tempi non sospetti abbiamo parlato di riforma del sistema elettorale e abbiamo, a Capri, criticato l’impianto scarsamente competitivo della legge Finanziaria».

Ecco, i giovani talvolta sembrano occuparsi troppo di temi politici più che di quelli a loro più prossimi e imprenditoriali.
«Ogni presidente deve connotare la propria presidenza con il suo carattere. Mi sembra che i giovani siano molto coinvolti nelle loro aziende. Proprio oggi (ieri, ndr) ho colto in Assolombarda una tensione a questioni più prettamente economico aziendali. È ciò che, se dovessi venire eletta, cercherò di fare con tutta la presidenza».

Ma serve ancora un’organizzazione dei giovani industriali?
«Non ho mai creduto al ruolo del gruppo giovani come semplice “palestra”. Siamo però la componente “visionaria” di Confindustria. Dobbiamo permetterci il lusso di dare indicazioni più libere verso il futuro».

Se dovesse venire eletta, ci sarebbero due donne alla guida di Confindustria e dei suoi giovani. Una combinazione inusuale. «Sarebbe una manifestazione di modernità; credo che non sia un fatto di maschio o femmina ma di qualità. D’altronde nel nostro sistema c’è già un buon numero di donne con ruoli dirigenziali».

Ci sono giovani industriali che non si sentono rappresentati dalla vostra organizzazione?
«Non mi sembra, non abbiamo rivendicazioni di questo tipo. È vero però che dobbiamo osare di più, essere meno imbrigliati. Abbiamo 12mila iscritti e una grande forza territoriale».

Mi dica solo due punti qualificanti del suo programma.
«Il tema della meritocrazia innanzitutto. È una battaglia culturale che abbraccia tutti i campi, compreso quello aziendale. E il secondo pilastro del nostro programma è la cultura di impresa e il trasferire i suoi valori al paese. Occorre riportare al centro dell’agenda pubblica il tema delle imprese».

Urca, questioni elevatissime... Scendiamo un po’ più in basso e un po’ più nel concreto.
«La certezza dei tempi. Vi è una fondamentale e pericolosa discrasia tra i tempi della politica, delle istituzioni e della burocrazia rispetto ai tempi dell’impresa. Abbiamo bisogno di una politica che rispetti i nostri tempi».

Continuerete con i due appuntamenti di Capri e Santa Margherita. Nel passato i «grandi» li volevano ridurre ad uno?
«Non verranno ridotti. È una questione di autonomia del gruppo giovani, sono due convegni nazionali di cui ci siamo sempre occupati. E semmai nella nostra autonomia decideremo se e come e quando modificarli».

Parla di autonomia, ma non mi dirà di non essere al corrente che il discorso del presidente dei giovani viene sempre vagliato dai vertici di Confindustria?
«Sono stata presidente in Emilia e credo che con il rispetto reciproco si possano fare cose in sinergia, senza per questo motivo abdicare all’autonomia conquistata in 40 anni dal gruppo giovani».