"Con il nostro piano parità effettiva tra accusa e difesa"

Il Guardasigilli sulle toghe: "C'è la concreta disponibilità dell'Udc. Il Pd è poco coraggioso" 

Roma - Ministro Alfano, con l’incontro tra lei e il leader dell’Udc Casini si è aperto di fatto il dialogo con l’opposizione per riformare la giustizia. Berlusconi, però, esclude di potersi sedere al tavolo con «questa sinistra anti-democratica». Come la mettiamo?
«Bisogna distinguere tra l’Udc e la sinistra. Il partito di Casini, infatti, ha dato una disponibilità concreta al dialogo nella consapevolezza che la riforma è necessaria e che non si possono porre dei limiti angusti».

Paletti che invece mette il Pd?

«Il punto è che non si può immaginare di intendere il dialogo con un “sì” formale e un “no” sostanziale. Non si può essere disponibili al confronto solo a patto che non si tocchi la Costituzione, perché in sostanza questo significherebbe rinunciare al programma sulla giustizia con cui abbiamo vinto le elezioni. Un programma, peraltro, non certo improvvisato visto che trova le sue radici nel ’94 ed è assolutamente coerente rispetto a quanto abbiamo sempre sostenuto».

Insomma, la Costituzione andrà riformata?
«La Carta costituzionale del ’48 necessita di un aggiornamento affinché sia davvero garantito un processo più celere e più giusto. Il sistema giustizia in Italia non funziona e chi crede basti un’aspirina, qualche piccolo ritocchino, o si sbaglia di grosso oppure vuole che le cose restino come sono».

Con il Pd, insomma, il confronto parte in salita?
«Il problema è che non ci si può chiedere di sacrificare sull’altare del dialogo i nostri principi, quelli per i quali il centrodestra è ciò che è. Sarebbe solo un’ipocrisia».

Entrando nel merito, cosa farà il governo sul fronte giustizia?
«Abbiamo approntato un piano organico: gli interventi già approvati sul processo civile, la riforma del processo penale in attuazione dell’efficienza e del giusto processo, la costruzione di nuove carceri perché siamo contrari a indulti e amnistie e infine la riforma della Costituzione che ha come bussola la parità tra accusa e difesa».

Partiamo da qui.
«È il punto più delicato su cui intervenire. Il cittadino e il pm devono avere pari diritti e pari doveri e il giudice deve essere equidistante dall’uno e dall’altro. Ma fino ad oggi non è stato così. Provo a rendere l’idea con l’immagine della bilancia della giustizia: i due piatti - cittadino e pm - sono fra loro in equilibrio finché il perno che li regge - il giudice - sta al centro. Se il giudice è invece più spostato verso il pm - perché hanno fatto il concorso insieme, perché sono negli stessi uffici, perché vanno al bar insieme - il piatto pende a suo favore e a danno del cittadino. Per questo è necessaria la separazione delle carriere».

Poi c’è il Csm.
«Una valutazione sul Csm, sulla sua composizione e sull’efficacia della sua azione disciplinare è inevitabile».

Dopo anni, si è tornati a discutere sull’eventualità di una riforma della giustizia condivisa. Un suo predecessore, Castelli, dice che è anche perché rispetto al 2001 il centrosinistra non si illude più di sconfiggere Berlusconi per via giudiziaria. È d’accordo?
«Credo che l’attitudine di una certa sinistra di affrontare il confronto con Berlusconi sotto il profilo giudiziario abbia creato un nodo gordiano che la sinistra ancora oggi non riesce a sciogliere rischiando di rimanere schiacciata».

Le inchieste che stanno coinvolgendo il Pd hanno avuto un ruolo in questo cambio di clima?
«La premessa è che noi abbiamo sempre sostenuto le stesse posizioni. È cambiato, invece, che rispetto a inizio legislatura - quando c’era chi pensava che la riforma della giustizia fosse un vezzo, quasi un capriccio - oggi c’è la consapevolezza da più parti che è giunto il momento di intervenire. Da parte nostra, noi intendiamo fare sul serio e questa volta ce la faremo».

Di Pietro ha già annunciato che tornerà a Piazza Navona...
«Di Pietro segue una vocazione giustizialista e la sua posizione non mi sorprende affatto. Invece, ci saremmo aspettati maggior coraggio riformatore da parte del Pd. Anche perché sulla giustizia non esiste una terza via: o si sta con Di Pietro o si sta nel campo riformatore. E questa seconda scelta non si può pensare di farla senza mettere mano alla Costituzione».