«È il nostro ritratto»: e fanno causa

da Milano

Nel secolo dei Lumi, i ritratti di famiglia erano uno status symbol irrinunciabile per nobili e sovrani. Nell’era di internet può invece capitare che una coppia di coniugi della middle class lombarda si riconosca nel quadro di una nota artista contemporanea ma, anziché farsene vanto, si rivolga al tribunale. L’opera in questione, è pur vero, è lontana anni luce dall’intima regalità de «Las Meninas» di Velázquez o della «Famiglia dell’infante Don Luís» di Goya; piuttosto emana quel senso di banale ordinarietà tipico di una famigliola in spiaggia. E poco importa se quello dei bagneurs sia un tema caro alla storia dell’arte. Nell’Italia delle inchieste sulla privacy violata, dei Corona e dei Lele Mora, i diritti all’immagine sono un bene prezioso che si paga con moneta sonante, altro che arte.
Ma cominciamo dall’inizio. Un bel pomeriggio a casa F. squilla il telefono; all’altro capo un amico di famiglia, assiduo frequentatore della Rete, scompiglia la quiete domestica: «Andate a guardare nel sito della galleria A. di Udine, c’è il quadro di tre al mare uguali spiccicati a voi intitolato “Caminia”; ma non è mica quel posto in Calabria dove andate in vacanza?». Il mouse corre rapido e la schermata del computer si accende su un dipinto iperrealista di tipica matrice contemporanea. In primo piano, su uno sfondo verde elettrico, incede di profilo una coppia di mezza età seguita da una donna più giovane, tutti in costume da bagno e immersi in acqua fino alla vita. I tratti e le corporature sono abbastanza comuni a quelli della famiglia media in vacanza, lui pelata e occhiali da sole, le due donne in bikini abbondanti e i capelli raccolti. La coppia, dopo aver confrontato anche il colore dei costumi, non ha dubbi: «Siamo noi con nostra figlia».
Passato lo stupore iniziale misto a compiacimento per l’improvvisa notorietà artistica, il pensiero corre istintivamente al codice civile. E i diritti alla privacy, e all’immagine? Dopo attenta ricerca, i coniugi scoprono che l’autore è per di più artista nota, Barbara Nahmad (una sua opera è attualmente esposta alla mostra sull’arte italiana a Palazzo Reale di Milano), i cui dipinti sono valutati sul mercato migliaia di euro. Non bastasse, nel suo curriculum figurano anche opere a sfondo erotico che, secondo i coniugi, potrebbero dare luogo ad accostamenti imbarazzanti. Quasi quasi ce ne sarebbe anche per i danni morali...
Cosicché un bel giorno, nel suo atelier milanese, l’artista si vede recapitare una richiesta di risarcimento, in cui si intima l’immediato ritiro dell’opera dal mercato e ovviamente anche da internet. La Nahmad casca letteralmente dalle nuvole: «Sì, è vero che faccio ritratti - protesta - ma solo di personaggi famosissimi, da Marilyn Monroe a Che Guevara, da Agnelli a Khomeini. Quell’opera fa parte di un ciclo minore dedicato agli italiani in vacanza e l’ho inaugurato proprio dopo un mio soggiorno a Caminia. Ma i soggetti sono puramente inventati». Insomma, la somiglianza sarebbe del tutto casuale, frutto di immagini registrate nella memoria visiva di un’artista che interpreta la realtà che la circonda.
L’opera viene ugualmente ritirata dal mercato ma ciò non basta a sedare il contenzioso, così dalle lettere degli avvocati si passa alla citazione in giudizio presso il Tribunale di Milano. «Avevamo offerto ai coniugi la vendita agevolata dell’opera - dice Alberto Mioni, uno dei legali dell’artista - ma hanno rifiutato. O meglio, il quadro lo avrebbero accettato volentieri ma gratis e con un conguaglio in denaro». All’inizio di luglio si tiene la prima udienza in tribunale che viene subito aggiornata a novembre. In base alla legge (633/41), il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso dell’interessato, a meno che si tratti di un personaggio noto. Non è il caso degli F. che, per rafforzare le proprie tesi, presentano al giudice alcune foto in cui si autoritraggono nelle stesse pose del quadro. Per l’avvocato Mioni è la prova del nove, ma a favore della sua assistita: «È evidente che non c’è alcuna somiglianza con i soggetti della tela che nell’opera appaiono come tre coetanei, mentre la figlia non ha più di vent’anni...». Chissà se si fosse arrabbiata anche la signorina Monna Lisa.