«Il nostro segreto? Più lavoro e meno docenti»

Spreco di soldi pubblici? Una quota troppo alta dei contributi statali usata per pagare gli stipendi del personale? Al Politecnico di Milano non ne vogliono sentir parlare. L’ateneo meneghino è fra i più virtuosi in Italia - il terzo dopo Catanzaro e Roma Isum - con il 66,2 per cento di fondi pubblici destinati alle buste paga di docenti, tecnici e amministrativi.
Giulio Ballio, rettore del Politecnico, qual è il vostro segreto?
«La ricetta è banale. Abbiamo meno personale degli altri e lavoriamo di più».
Cosa intende?
«La nostra selezione, sia per il personale docente sia per quello tecnico e amministrativo, è sempre stata rigida. Prendiamo le persone strettamente necessarie e lavoriamo molto. Dalle 8 del mattino alle 20 c’è sempre qualcuno impegnato».
In termini pratici tutto questo impegno cosa comporta?
«Grande produttività. In proporzione alla quale siamo sottofinanziati. Secondo il modello di ripartizione ministeriale, definito in base al numero delle matricole, all’efficienza e alla mole di ricerca, riceviamo dallo Stato 40 milioni di euro in meno ogni anno. Produciamo tanto e bene, quindi avremmo diritto a soldi in più».
I vostri conti sono in ordine anche grazie ai privati?
«Finanziamenti e donazioni sono cose diverse. Noi abbiamo molti contratti di ricerca con enti privati e mondo produttivo. A fronte dei risultati ci garantiscono un corrispettivo».
A cosa è destinato?
«A finanziare borse di studio, dottorati e assegni per la ricerca. Inoltre servono per l’installazione di apparecchiature scientifiche e l’acquisto di materiale per la sperimentazione».
Cosa fate del restante 40 per cento dei fondi statali?
«Garantiamo servizi e spazi a docenti e studenti, come orientamento e placement. Purtroppo non rimane quasi nulla per la ricerca, per la quale non riusciamo a fare più grossi investimenti».
È d’accordo con l’ipotesi di effettuare tagli in misura diversa a seconda dell’efficienza degli atenei?
«Assolutamente sì. Con tagli indiscriminati rischiamo di perdere cervelli, che per paura del futuro preferiscono andare all’estero».