Da notaio a beato per aver aiutato poveri e ammalati

Lo studioso Sinisi parla di Ettore Vernazza, uomo di carità al fianco di Santa Caterina

Alessandro Massobrio

Procede lentamente ma senza soste l'iter per la beatificazione di Ettore Vernazza, il notaio genovese che, nel secolo XVI, insieme con Santa Caterina da Genova promosse una serie di istituzioni caritative, a quel tempo, all'avanguardia dell'intero mondo cattolico. Dal «Reductus incurabilim», il luogo in cui venivano assistiti i malati di sifilide, che altrimenti sarebbero stati abbandonati a se stessi, sino alla Confraternita del Mandilletto, nata per portare aiuto a tutti coloro a cui infermità fisica o ristrettezze economiche impedivano una vita dignitosa.
Ma una causa di beatificazione non può limitarsi alla agiografia, tanto cara alle anime pie. In altri termini, per proclamare beato qualcuno la Chiesa prevede studi e ricerche di carattere scientifico ed archivistico, che portino alla luce tutta la personalità del presunto beato. In modo che emergano quelle eventuali virtù eroiche, su cui appunto la Chiesa avrà modo di pronunciarsi.
Per questo motivo, nei giorni scorsi, l'associazione per la beatificazione del Vernazza si è riunita presso il Conservatorio delle Figlie di San Giuseppe - Istituto non a caso fondato proprio, negli ultimi anni delle sua vita, dallo stesso Vernazza - per ascoltare la relazione del professor Vincenzo Sinisi, ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catanzaro.
Una relazione densa di erudizione, ma capace comunque di evidenziare elementi nuovi nell'esistenza del discepolo prediletto di Santa Caterina.
Professor Sinisi, lei prima di ora si era già imbattuto nella figura di Ettore Vernazza.
«Senza dubbio. Già nel 1997, scrissi una monografia sul notariato genovese e chiunque si dedichi a studi di questo tipo non può non soffermarsi sul Vernazza, che fu un insigne benefattore non soltanto degli indigenti in senso lato ma, in particolare, degli indigenti presenti all'interno del suo stesso ceto. Non dobbiamo credere, infatti, che i notai fossero tutti ricchi e opulenti. E il motivo di questa ristrettezza economica è forse da ricercarsi nel numero sovradimensionato dei notai rispetto a quello di oggi (su una popolazione di circa centomila persone vi erano almeno centocinquanta notai)».
Mi sembra di aver capito che il notaio nel Cinquecento fosse chiamato a svolgere una doppia funzione.
«Certamente. Accanto al compito di attribuire pubblica fede alle scritture che contenevano i negozi dei privati, il notaio, a quel tempo, era chiamato a redigere verbali degli atti processuali che si svolgevano nei tribunali o presso le cancellerie delle magistrature politiche dello stato. Il notaio quindi esercitava anche funzioni giurisdizionali, visto che, nell'ancien régime, non vi era ancora la divisione dei poteri, come sarebbe accaduto più tardi, dopo la Rivoluzione Francese».
Se non sbaglio, per entrare nel collegio notarile esisteva una sorta di numero chiuso.
«Sì, un numero chiuso, che impedì al Vernazza di accedere a questa professione prima dei trent'anni di età. In base, infatti, alla ricerche che ho compiuto presso il Fondo dell'Archivio di Stato di Genova, sono potuto venire a conoscenza di come Ettore, per circa dieci anni, pur avendo superato l'esame professionale, dovette attendere che all'interno dell'ordine si liberasse un posto».
Che cosa fece in questo frattempo?
«Ottenne un incarico come collettore delle gabelle, ma soprattutto fu questo il periodo in cui avvenne l'incontro che segnò l'intera vita del nostro personaggio. Quello con Caterina Fieschi Adorno».
Suscita un certo sconcerto il fatto che del benefattore non si siano mai ritrovati i resti terreni.
«Ettore Vernazza morì nel corso della terribile epidemia di peste del 1524, ricordata anche dal cronista della Repubblica di Genova, Agostino Giustiniani. Quindi è quanto mai probabile che il suo corpo sia stato sepolto in una delle tante fosse comuni, scavate in tutta fretta per riuscire a limitare al massimo gli effetti del contagio».
Battistina Vernazza, a cui siamo tra l'altro debitori di una biografia del padre, è stata, per comune ammissione, una grande mistica del Seicento, eppure, la fama delle sue virtù eroiche non l'ha mai portata alla beatificazione. Perché questo?
«Il processo diocesano per Battistina è incominciato già nel 1634, da quanto risulta anche dagli atti che ho trovato presso gli Archivi Vaticani, ed ha avuto un singolare svolgimento. È andato avanti sino ad un certo punto, poi interrotto ed infine ripreso verso la metà del Settecento. Un ritorno, per così dire, di fiamma si è registrato nuovamente nel secolo scorso, intorno agli anni '60. Non si è però mai arrivati alla discussione di fronte alla Congregazione per il Culto dei Santi».
Chissà allora che il padre non superi la figlia in questa corsa verso la proclamazione delle rispettive virtù eroiche?
«Potrebbe anche succedere, perché queste cause vanno avanti quando c'è qualcuno che ha effettivo interesse affinché avanti possano procedere».