Il notaio conferma che è bello raccontare la vita

Un uomo con poco futuro e uno che ha perduto il passato sono al centro di «Passaggi di tempo» di Andrea Ferrari

Ci sono troppi prepotenti, nel mondo dei romanzi. Storie che torcono le budella, che strattonano come un questurino; letture al termine delle quali ci si sente come se si fosse usciti da una rissa, non da una biblioteca.
Inevitabile allora che di fronte alle pagine color albicocca di Andrea Ferrari (Passaggi di tempo, Fazi, pagg. 125, euro 14,50) ci si ritrovi pressoché disarmati. Ci si rigira fra le mani il volume, si balbettano un paio di scuse e si borbotta che (qualcosa in contrario?) in fondo si può avere voglia di leggere un romanzo per molte ragioni, anche semplicemente per il piacere di attraversare una storia lieve, esotica e sentimentale. Nonché adorna di chiavi allegoriche, di palinsesti da decifrare. A tratti è una storia leziosa? Chiudiamo un occhio e godiamoci lo spettacolo colto dall’altro.
Siamo negli anni Venti del secolo passato. Philippe Ravassard, già sopravvissuto a uno dei primi disastri aerei, si sveglia in un albergo di Vienna. Nella capitale asburgica ha un appuntamento con il dottor Skatza, un luminare: una macchia scura sulla coscia sinistra si va estendendo a tutto il corpo. Al medico basterà una breve anamnesi per emettere la diagnosi: è la sindrome di Hokkaser, dal nome dello studioso che durante la prima guerra mondiale ne osservò i sintomi in soldati scampati a fatti traumatici gravi. Un po’ come se il corpo del malato volesse riacciuffare la coincidenza perduta con la morte: fa la sua apparizione un neo, che poi pian piano, come la subdola lesione di Ivan Il’ic, si allarga fino ad uccidere.
Philippe si rassegna alla sentenza di morte, solo, non ha voglia di morire in Europa. Si fa dunque inviare dalla ditta per la quale lavora, la Adams & Stanley, a L., elusiva città forse mediterranea dove i profili dei minareti si confondono con gli alberi delle navi. Lì la morbida segretaria Jasmina, nonché il desiderio di sistemare le proprie finanze prima dell’ultimo adieu lo spingono a sottoscrivere un patto di mutuo soccorso con un notaio che ha, putacaso, problemi di segno opposto: non già una drammatica mancanza di futuro, bensì di passato. Non l’imminenza della morte: la scarsità di ricordi. Detto fatto, il patto è siglato: Philippe racconterà al notaio degli episodi della sua vita, e questi gli cederà in cambio alcune settimane di tempo; i passaggi di tempo del titolo, appunto.
La struttura del racconto, adesso, muta, diventando indiana e araba: una cornice che ospita delle storie. Ma ogni storia a sua volta fa baluginare dei temi che lasciano sospettare, nell’autore, una verve metaletteraria che senza rendere grave la narrazione fa suonare tanti campanellini nella testa del critico. C’è il baratto di Sheherazade tra affabulazione e morte, raccontare per allontanare la grande buttafuori. Ci sono le virtù prometeiche della parola, il verbo del romanziere come fiat divino, e soprattutto questo apatico notaio, cerimoniere di impossibili performativi. E infine la paura sì irrazionale, ma accreditata da autorevolissime leggende che dire le cose equivalga a depotenziarle, a privarsene.