Un notaio tra i banchi

Vestono con roba nera, spesso. Giubbotti, scarpe, magliette, felpe: la predilezione va alle tinte scure. Ho domandato il motivo e uno studente mi ha detto: «Il nero restringe». Piercing e orecchini sembrano in disuso. Noto, entrando in classe, i caschi integrali accanto ai banchi. Diventano, via via, più numerosi. Segnale che tutti crescono, hanno raggiunto i patentini e tra uno, due anni sosterranno l'esame decisivo: quello per la patente grossa e vera. E studieranno molto, e svolgeranno i quesiti-campione per la prova di teoria anche durante le mie lezioni. Almeno, ci proveranno. Cercherò di impedirlo.
Cerco di rendere l'appello il più rituale possibile. G. è privo di giustificazione e lo mando in presidenza. Esce dalla classe, poco convinto. T. ha una giustificazione compilata da lui stesso, ad eccezione della firma che sembra davvero (a un intuitivo esamino grafologico) quella del padre. Gli faccio notare che giustificazioni e permessi vanno compilati interamente e personalmente da un genitore. Risponde che ha dovuto svegliarlo, il padre, assai presto e in pieno sonno per il turno di notte ed è stato incaricato di scriversi lui data e motivazione. In realtà, ha fatto firmare l'assenza a vuoto qualche giorno prima (in ossequio al sonno del padre), l'ha conservata e compilata per l'occasione, ad hoc. Ribadisco che non accetto firme precotte e scrivo io stesso la giustificazione. Me la dovrà consegnare domani, alla prima ora. Segno sul registro che P. deve giustificare. Sono ridondante: so che tenterà di entrare più tardi, e affiderà il libretto a un supplente appena arrivato.
Il cellulare di H. vibra. Ricordo a lui e a tutti che l'uso dei cellulari non è consentito. Mi risponde che sua madre lo sta chiamando perché, forse, non può venire a prenderlo all'uscita. Ripeto che le comunicazioni vanno fatte solo attraverso la segreteria della scuola. Mi risponde che lo sapeva, si scusa, assicura che credeva fosse spento. Poi chiede di poter uscire a rispondere, si agita, dice che «la mamma se non lo sente, sclera». Qui sono al bivio: acconsento o faccio rispettare il veto? Tento una mediazione, lo lascio uscire per parlare ma gli impongo di mettere l'apparecchio ben spento sulla cattedra. Mi accade spesso, d'avere numerosi cellulari sulla cattedra. Videofonini, soprattutto. Alcuni costosi. Un anno fa, ho notato che P. ne aveva un secondo di riserva e digitava sms. La pulsione, in questi casi, è sequestrare il cellulare e riconsegnarlo al genitore. La normativa non lo permette: può accadere che, finite le lezioni, il ragazzo o la ragazza abbia necessità assoluta di avvisare qualcuno e io, a quel punto, l'ho impedito. Dunque divento passibile di denuncia per aver ostacolato un eventuale soccorso. Penso in fretta che una consegna globale e preventiva e vidimata dal Ministero di ogni cellulare possibile prima di ogni lezione possibile, di per sé, non impedirà i tetri casi di autovoyerismo o di filmografia degenerata (e ringrazio il cielo che da me il problema non si è ancora posto, e provo a immaginare quando, come si porrà). Ma resto convinto che anticiperebbe qualche situazione disgraziata. Sarebbe una scrematura preventiva, insomma.
P., il rappresentante di classe si alza, si avvicina alla cattedra. Intende consegnarmi un pezzo di carta. Gli chiedo di tornare a sedersi e alzarsi di nuovo senza trascinare la sedia. Lo fa e non protesta, anzi è divertito. Ripetere un gesto in maniera teatrale è sempre divertente. E dunque anche simulare le buone maniere lo è. Ma quando il ragazzo praticherà le buone maniere senza teatralità, spontaneamente? Non so rispondere. Il foglio è una richiesta per due ore d'assemblea. C'è un ordine del giorno con vari errori, quantomeno, di punteggiatura: Situazione della classe-Problemi sulla disciplina; con certi professori-Problemi di gite all'estero. Annuncio che non firmo e non concedo nessuna assemblea. La reazione non è dura, e nemmeno aggressiva. Soltanto delusioni a pioggia. È la perdita d'una consuetudine. Un'assemblea è come una croce di cavaliere: non si rifiuta a nessuno. Dunque il gesto ingenera meraviglia, e solo in seguito risentimento.
Provo a spiegare come la possibilità di riunirsi è a discrezione dell'insegnante il quale resta, sempre e comunque, responsabile di quanto accade. Poi che l'atteggiamento della classe negli ultimi tempi è stato spesso scorretto e non offre nessuna garanzia di un buon andamento della riunione. Dunque non c'è fiducia, dunque non c'è assemblea. Nessuna contestazione. Molto stupore, ancora. Non se lo aspettavano. Il rappresentante si alza e sostiene che non è giusto. Non argomenta. Ripete semplicemente che non è giusto. A voce più alta. Interviene A. dicendo che il prof ha ragione, che la causa di tutto è anche P. stesso che si è comportato «da bestia». P. lo invita ad asciugarsi la bocca prima di parlare con lui (in verità non sta parlando con lui). Gli volta le spalle, dice che se gli piace «fare lo sbirro del prof può tornare al suo paese dove di sbirri ce n'è bisogno sul serio». A. sta per rispondere. È teso. Tutti sono più tesi. Si formano alleanze consce o inconsce pro e contro. Ci si schiera. C'è in vista un possibile effetto-domino. Anche per l'aula di una scuola tecnica nella provincia est di Milano, economicamente non diseredata, valgono le equazioni che dimostrano la necessità che un sistema, a certe condizioni, salta per aria? Si può applicare anche a questo caso la teoria delle catastrofi? E come può essere, in una scuola, la catastrofe? Ecco, penso: è una situazione che si sa dove comincia e non dove finisce. Ma non è una situazione eccezionale. Ce ne sono di più difficili. Inoltre: né A. né P. sono cattivi studenti.
Avverto tutti che non tollero questo linguaggio e questi atteggiamenti, minaccio sanzioni e allontanamenti immediati. Ribadisco che alzando la voce non si porta a casa niente, nemmeno un minuto di assemblea. Anzi, se ne avrà uno in meno. Eppure, i due stavano, semplicemente, «parlando». Me lo spiegheranno più tardi, quando alla fine dell'ora li prendo un attimo da parte per catechizzarli. Certo, parlavano. E, come tutti, hanno imparato bene che il dialogo (dià-logos, discorso tra-, parola tra-) può anche diventare mimica della rissa, agonismo verbale duro e puro e teso alla macellazione simbolica o via via meno simbolica dell'avversario. E allora penso che si è ripetuta una scena perenne, archetipa. Certo, qualcuno dovrebbe mettersi in mezzo, mediare tra le posizioni. Portare la ragione, distanziare i contendenti, imporre un terreno comune. Ma qui, in questa classe e tra questi sedicenni, chi media? E come? E dove sta il senso condiviso su cui tutti si accordano? Soprattutto: io, insegnante, lo conosco quel senso comune? È difficile che un adulto riesca a mediare tra giovani, tra identità che picchiano per emergere. C'è chi sostiene che è stata la perdita di aure e di autorevolezze (come dire: la perdita e la fine di saperi forti) nei docenti a lasciare campo aperto a dinamiche spontanee, ad avvitamenti, scivolamenti sui soli rapporti interpersonali. Che una classe, anche la meno inquinata dai disagi, è, in fondo, sempre sola, abbandonata alle proprie pulsioni, spinte. E allora si fraziona, rifraziona, spezzetta e ricompone in maniera anarchica. Accetta, espelle. Elimina. A partire, questa è la cosa che più mi impressiona, da qualsiasi momento. Non c'è mai una causa, nemmeno un modello di comportamento egemone e negativo perché tutto degeneri, prima o poi, in «lotta». Ci sono unicamente infiniti pretesti. Equipollenti. C'è scarsezza di guida. Ma è difficile, molto difficile investire venticinque, trenta giovani di un senso condiviso, o solo condivisibile. Equipararli in nome di quel senso portato dal sapere, o dai valori. Rischierà allora, l'insegnante, di essere uno dei tanti membri del gruppo. E di subire una specie di sindrome di Stoccolma: diventare un complice, andare a fondo nelle motivazioni. Capire, comprendere. Quelli come lui.
Eppure, è ancora un bel mestiere, insegnare in una scuola. Quantomeno: uno dei migliori. Ma ci vogliono testa e palle. O forse, basterebbe ringiovanire personale e, soprattutto, idee. Il ricambio è lento. Pochi colleghi nuovi, troppo pochi. E le idee che circolano sono sempre le stesse. Non investono. Lo noto da anni. Niente di più triste dell'illusione di trasmettere idee-forza e passare, al contrario, solo schemi e parole.
Intanto, è passata l'ora. A fare appelli, a mandare in presidenza, a segnare assenti, controllare firme, accettare o respingere ritardatari, mediare tensioni. Una funzione notarile, la mia. Vorrei, nell'ora successiva, continuare a far leggere Tozzi. Le prose di Bestie, di norma, piacciono ai giovani. Sono brevi, fulminanti. Esprimono un disagio estremo, assoluto. Offrono a chiunque la possibilità di rispecchiarsi, forse di ritrovarsi, leggersi. Mai rintracciate su una antologia scolastica, quelle pagine straordinarie. Dunque compilo un modulo, faccio le fotocopie, rientro in classe.
Non so se questa è la radice della radice dell'aggressività giovanile, se è vitalismo degenerabile o nichilismo diffuso. Sono perfino un po' stanco di ascoltare la parola disagio, mi sembra la madre di tutte le cause.
*poeta e insegnante