Note di diario per l’assassino che va in bianco

L’ultima favola noir di Amélie Nothomb: un killer fermato dalle segrete fantasie di un’adolescente

Marcondirondirondello... Con il Journal d’Hirondelle il bel castello edificato da Amélie Nothomb da un quindicennio a questa parte dà i primi segni di sgretolamento. Basta un battito d’ali a farlo vacillare: registrato nel Diario di rondine lanciato in Francia quest’autunno e migrato in Italia per l’inverno nella bella traduzione eseguita - al volo - da Monica Capuani per Voland (100 pagine tonde al prezzo con la virgola di 12 euro e 50).
Un battito lieve e un breve volteggio cui - almeno Oltralpe - non è seguito il consueto battimani. Sarà che allo stuolo dei fan francofoni della scrittrice nippo-belga (nata quarant’anni fa in Giappone da una famiglia di diplomatici di Bruxelles) sia venuto a noia il solito appuntamento con la sua favola noir: regolare quanto l’avvicendarsi delle stagioni e fissato immancabilmente per la fine dell’estate? Su tutto, a proposito di questo suo ultimo romanzo - il quindicesimo dopo gli esordi del 1992 -, si è avuto da ridire. Dalla grafica di un libro stampato a margini larghi, interlinea dilatato e caratteri giganteschi (così Lire): per un horror vacui che stavolta la scrittura non è riuscita a riempire. Alla gracilità di una storia prevedibile, «frustrante, deludente, esasperante» (così Ecrain Noir) per la ripetitività dei soliti motivi nothombiani: fame, assassinio compulsivo, libido incontentabile, sesso disturbato, amore disincantato... Dalla gratuità di una raffinatezza calcolata e frigida: di una prosa che «ha del gusto, il problema è trovarci un senso» (protesta Baptiste Liger). Alla fatuità di un Io narrante che, gira e rigira, ruota sempre attorno a un unico punto non meglio identificato che dal proprio moto egocentrico, «nombriliste» (così Aristo-fan), ombelicale.
Non ha nemmeno un nome il giovane, disamorato protagonista che, pur di lenire le pene del proprio cuore, se lo strappa letteralmente dal petto, si mutila della percettività (e del piacere) dei sensi e decide di votarsi a «L’igiene dell’assassino» (come titolava l’Amélie debuttante e tanto più ammaliante). Se non che, prima di uccidere un ministro con tutta quanta la sua famiglia, gli capita tra le mani il diario dove la figlia adolescente del politico annota le sue segrete, peregrine fantasie di rondinella. Dietro la sua alata volubilità, c’è da giurarlo, il serial killer perderà in tutti i sensi la testa. Ci lascerà le penne... E sia, lo sanno tutti: una rondine, la prima che arriva, non fa primavera. Né sarà la prima che se ne va a segnare la fine della stagione dorata. Comunque sia, quest’autunno, alla sua partenza da Parigi, del suo Diario l’uccellino di S. Benedetto si è lasciato dietro 220.000 copie di tiratura - tutte vendute agli ammiratori come ai detrattori -, nonché una menzione per il premio Goncourt. Un segnale sicuro e una traccia vistosa che, anche l’anno prossimo, il disciplinato migratore non mancherà di ripercorrere le proprie monotone, prevedibili traiettorie.