Le note malinconiche della «pianista di Sambor»

Si è congedata dai lettori con un libro che si legge come uno spartito musicale. La pianista di Sambor (Carte Scoperte, pagg. 141, euro 13,50), romanzo postumo di Maria Brunelli, esce a neppure tre mesi dalla sua morte e viene presentato a Milano lunedì 17 (Libreria di Porta Romana, corso di Porta Romana 51, ore 18,30).
Lungo una trama di note, notturni, preludi, mazurke, Chopin, Liszt, Schubert e il prediletto Mozart, l’autrice del romanzo - il più autobiografico di quanti ne ha scritti - ricompone la storia della sua vita, all’ombra lunga di quella Storia che l’ha sfiorata, toccando le famiglie di persone a lei care. Margherita Stucchi, la pianista rigorosa e orgogliosa, dai capelli rossi e dalla figura esile, è Maria, pianista lei stessa, che la malattia ha colpito ma non è riuscita a piegare, così come l’incidente alla mano destra che interrompe la carriera fulgente di Margherita, non riesce a distruggerne la dignità e la forza.
Alle spalle del suo alter ego, Maria Brunelli ricostruisce la tragedia degli ebrei d’Europa, tragedia che si affaccia sulla vita di Margherita come si è affacciata su quella della scrittrice. Lo fa con la consueta eleganza, narrando senza toni truculenti il dramma che si è svolto a Sambor, piccolo paese un tempo polacco ora appartenente all’Ucraina, all’epoca dell’occupazione nazista.
Margherita non sa nulla di Sambor, sa di essere la figlia adottiva di una coppia di ottima famiglia, a cui l’ha affidata il nonno, socio in affari del padre adottivo. A diciassette anni, sarà l’incontro fortuito a Varsavia con una vecchia quasi folle a rivelarle la sua vera identità: è nata a Sambor, figlia di giovani ebrei uccisi.
La vita di Margherita, dopo quell’incontro, correrà su un duplice binario: da un lato i trionfi nei teatri e nelle sale da concerto, dall’altro l’impulso a ripercorrere a ritroso la propria esistenza, ritornare a Sambor per conoscere la verità. Un impulso che la porterà a un passo dalla tragedia ma l’aiuterà anche a sciogliere il nodo profondo del suo essere.
Lo stile della narrazione è quello che i lettori di Maria Brunelli ben conoscono: lineare, mai sospiroso, ancorato a una ferrea misura della parola. Nei precedenti romanzi l’autrice insinuava quegli sprazzi di ironia che qui mancano. Nel suo «passo d’addio» lascia filtrare gli eventi attraverso un velo - appena un velo! - di malinconia.