Le note di Muti in una tempesta d’amore

Il direttore risponde alla proposta di Gelmetti di prendere il suo posto. «Anche Venezia mi vuole»

nostro inviato a Meknès (Marocco)
La tempesta di sabbia e pioggia s’alza all’improvviso, spariglia il palco appena allestito e attenta all’integrità dello Stradivari del primo violino. Il vento, dagli aneliti ingovernabili, si fa beffe delle mises degli invitati d’alto rango, arruffa gli spartiti, rimbomba nei microfoni e interpreta una parte tutta sua nel programma verdiano. C’è di che fermare, in un concerto en plein air come quello dell’altra notte qui a Meknès, il più intemerato dei musicisti. Ma lui no, il gran Maestro resiste e avanza imperterrito. Più forte della sabbia che si insinua negli occhi e negli strumenti. Più forte del Chergui, quello che per gli arabi è il respiro caldo del deserto sul Marocco. Vento simpaticamente dispettoso, che gira troppo in fretta quelle pagine di note e costringe gli artisti del Maggio Musicale Fiorentino ad inseguire crome e semiminime aiutandosi con le mollette del bucato. Curioso come la magia della musica, in una notte d’estate, con annesso fuori programma atmosferico, possa persino aiutarti a rincorrere e a rivivere, con la fantasia, due storie d’amore lontane anni luce tra loro, ma in qualche modo parallele. In fondo, tenuti per mano da un Genio della lampada come Riccardo Muti, qui a Meknès, mentre, passando attraverso l’imponente Porta di Bab el Mansour, ci incamminiamo lungo il sentiero tormentato dell’amore di Don Carlo per Elisabetta di Valois, tutto è possibile. È possibile immaginarsi quel ribollire di sentimenti contrastanti che animano i due giovani innamorati, nell’opera verdiana, davanti al fermo no del re di Francia a concedere la mano della figlia, già promessa sposa a Filippo II di Spagna. Ed è anche possibile, anzi, si potrebbe dire più facile, lasciando solo che lo sguardo spazi e si posi sui mosaici luccicanti, sui marmi provenienti dalla non lontana città romana di Volubilis, su un particolare qualsiasi di questa Versailles marocchina, ritrovarsi davanti il volto del sultano Moulay Ismail, costretto ad incassare il secco no del Re sole, quando chiese la mano della figlia, la principessa di Conti. Certo è che, se da una delusione d’amore nasce quella sensazionale cornice architettonica che è piazza Lahdim (forse esageratamente blindata per l’occasione), nella quale, lunedì notte, l’orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, con la complicità di Sonia Ganassi, Barbara Frittoli e Ferruccio Furlanetto, hanno fatto palpitare d’emozione il variegato pubblico della città imperiale, allora ben vengano le delusioni d’amore. Ben venga quel senso di rivalsa del sultano Moulay Ismail che volle fare di Meknès una reggia più sfavillante di quella di Luigi XIV, da cui era stato respinto con perdita. Eccoci dunque questa volta nel cuore della Medina, giunti per quelle «Vie dell’Amicizia» che sono diventate, grazie all’oliata macchina organizzativa del Ravenna Festival, il tradizionale trattato di diplomazia e di pace scritto con in linguaggio universale dei diesis e dei bemolle. Tanto che nel concerto open air si sono uniti all’ensemble italiana sette musicisti della Philharmonique du Maroc. Per gentile concessione di re Mohammed VI, che il suo ponte ideale fra Maghreb e Occidente l’ha gettato da tempo, con uno sforzo di modernizzazione del Paese senza precedenti, l’impegnativa trasferta nella città imperiale di oltre quattrocento persone tra orchestrali, coristi e tecnici è entrata anche nell’orbita dei festeggiamenti per i cinquant’anni di indipendenza del Marocco. Nato nel 1997 in una Sarajevo uscita in ginocchio dalla guerra il percorso delle «Vie» ha toccato in questi anni i nervi scoperti di un mondo soffocato dalle sue mille contraddizioni da una Gerusalemme sfregiata dall’Intifada, al terrorismo più agghiacciante che ha lasciato il vuoto di Ground Zero. Difficile portare la musica e l’amicizia in quei luoghi devastati. Ma la sfida, devono aver pensato Cristina Mazzavillani Muti che del Ravenna Festival è presidente, e il Maestro, si poteva e si doveva raccogliere. Alla Medina, nell’incanto dell’altra notte, il percorso è sembrato diventare agevole, al cospetto della maestosa Porta di Bab el Mansour, la più grande del Continente africano, atterrando col fruscìo che può fare una lettera di pace, giusto a ridosso del chiassoso souk.
Le arie più note della Forza del destino, del Don Carlo, pezzi sacri dallo Stabat Mater e un Te Deum, rimasto forzatamente nella bacchetta per la pioggia più inserente nel finale («ma l’orchestra e il coro - dirà poi il Maestro - sono stati eccezionali nel cucire l’esecuzione, in queste condizioni»). Magia di una notte che si stempera, lasciando indovinare, laggiù, le ombre degli speroni rocciosi di Daes e Todra, incorniciati dei cedri del Medio Atlante. Quarantacinque chilometri di una tripla muraglia che circondano la «Meknès degli ulivi», fondata nel 1672, modellata dall’architetto El Mansour. Dimenticavamo, a proposito della delusione d’amore, va detto che il sultano girò pagina in fretta e, nella città fortificata, fatta a immagine e somiglianza di Versailles, sistemò cinquecento concubine e settecento figli.
Ma questa è un’altra storia.