[NOTE][/NOTE]Il San Carlo rinasce con la Londra di «Grimes»

S’alza il sipario sul Teatro San Carlo restaurato. Si alza davvero, non si apre ai lati come nei teatri consueti, ed anche questo è mitico, ci porta alle radici della storia grande del melodramma. Quanti capolavori nacquero qui. Qui per la prima volta il giovane Rossini costrinse Dio ad aprire il Mar Rosso per gli Ebrei in fuga; qui per la prima volta sublimò il dolore nella pazzia di Lucia di Lammermoor, ignaro ancora il suo creatore Donizetti che l’aspettava sorte simile.
La sera di domenica 25 gennaio si è alzato il gran sipario rosso sul palcoscenico. I lavori son terminati quando dovevano, a questo punto la direzione del teatro, designato un festeggiamento speciale in un concerto diretto da Muti il 7 febbraio, non ha spostato il cartellone della stagione, così, per uno scherzo del destino, è capitata come inaugurale un’opera abissalmente lontana dalla circostanza: Peter Grimes, storia musicata da Benjamin Britten per Londra nel 1945, dove un manesco marinaio sognatore fa morire senza volerlo i ragazzini che prende come aiutanti nella barca da pesca, e il suo borgo, moralista e pettegolo, lo condanna e abbandona a se stesso.
Abilissimo nell’armonia cangiante e nella strumentazione, naturale nel canto quasi conversato, sarebbe quasi un giallo se non fosse così grigio e indefinito; Jeffrey Tate, direttore, ci si trova stupendamente, Paul Curran dà uno spettacolo efficiente fra coralità alla greca e cabaret di gusto un po’ greve. Dei tredici cantanti, che recitano con grande disinvoltura e cantano accettabilmente, s’impone Brandon Jovanovich, giovane tenore che rischia fantasiosamente i colori di voce e recita la spavalda nevrosi del protagonista con originale e grande personalità. Coro e orchestra s’impegnano con risultati di notevole livello.
E adesso? Riusciranno i magnifici napoletani, dall’emergenza, a mantenere la grandezza e l’importanza del loro teatro, contro il frequente autolesionismo dei nostri luoghi e del nostro tempo? Come invoca Luisa Miller in Verdi, altra creatura nata proprio al San Carlo, «Ma de’ barbari al furore - non lasciarmi in abbandono».