Dopo Noto, la Villa del Tellaro storia dei «crolli» benefici

Il botto nessuno l’ha sentito per due ragioni: l’edificio si trova in contrada Caddeddi, vale a dire nell’aperta campagna dello sterminato territorio di Noto e tutto è successo di notte. Ma c’è stato, eccome! Una fredda notte dello scorso gennaio, il tetto costruito a protezione dell’area nord della Villa romana del Tellaro, è andato giù. Al tappeto. Una copertura «futurista» di duecentoventi metri quadrati che si erano dimenticati di ancorare e che, per fortuna, cadendo non ha fatto vittime, né danneggiato i bellissimi mosaici che avrebbe dovuto proteggere.
Il sindaco di Noto, Corrado Valvo (An), si limita a dire che sarà la magistratura ad accertare le responsabilità ed è tutto zucchero e miele con soprintendenza, provincia e regione. Sono lontani i tempi in cui comune e soprintendenza si guardavano in cagnesco. Oggi la parolina magica è «sinergia», e il primo cittadino mantiene un filo diretto, non solo con il soprintendente Mariella Muti, ma anche coll’assessore regionale ai Beni culturali Nino Leanza e il diessino Bruno Marziano, presidente della provincia di Siracusa.
E si capisce. Entro giugno, infatti, dalla regione si aspettano 340 mila euro, mentre 50 mila ne sborserà la provincia. Somme che saranno gestite dalla soprintendenza e serviranno a riparare la copertura crollata, recintare il sito e, si spera, renderlo presto visitabile. Valvo ha capito quanta fortuna portino, da queste parti, i crolli. Pensate alla cattedrale di Noto e allo sbriciolarsi della sua cupola nel ’90. Ne sono derivati i riflettori del mondo addosso e un ininterrotto flusso turistico. Insomma, una «provvida sventura».
Allora, si spera che anche questo crollo, passato in sordina per via degli altri importanti eventi che hanno riguardato Noto per la riapertura della cattedrale, alla fine porti bene ai mosaici. I quali, con l’intero complesso tardo antico, risalgono alla metà del IV secolo d.C. e furono scoperti nel 1971 da un blitz della Guardia di finanza che bloccò alcuni tombaroli. Erano emersi a poco meno di 50 cm di profondità, nella vecchia stalla di una masseria dei primi decenni dell’Ottocento, costruita sui ruderi della antica villa.
Qui, dopo anni di restauro sono stati ricollocati. La villa si estende su una superficie complessiva di seimila metri quadrati ed è chiamata «del Tellaro» dal nome del fiume vicino. Più tarda rispetto a quelle di Piazza Armerina e Patti Marina, custodisce mosaici policromi pavimentali non meno belli, anche se in pochi li conoscono. Esposti parzialmente nella chiesa di San Domenico di Noto circa quattro anni fa, dopo un restauro che li restituì all’originario splendore, la loro destinazione finale è il sito originario dove, per la parte non coperta dalle mura della masseria ottocentesca, è stata allestita, allo scopo di proteggerli, la grande copertura metallica a vetri parzialmente crollata...
I mosaici sono di qualità molto elevata per via dei materiali usati, della resa tecnica e della varietà cromatica, oltre che per l’eleganza delle composizioni. Raffigurano, tra l’altro, scene di caccia con belve e cavalli nelle raffigurazioni di Piazza Armerina. Come a Piazza Armerina domina nella grande decorazione musiva l’esaltazione violenta della vita fisica.
Il sindaco promette che potremo vedere i mosaici entro l’anno. E, per mantenere la promessa, continua a cinguettare: «Sinergia, sinergia...».