«Di notte ancora sogno quel pozzo maledetto»

L’ex tipografo fu calato con una corda a trenta metri di profondità ma il suo tentativo fallì. Ecco cosa ricorda oggi

Emilio Orlando

Angelo Licheri è un eroe dimenticato, che quasi nessuno ricorda più, anche se la vicenda della quale fu protagonista - quella del pozzo maledetto di Vermicino - tenne l’Italia intera con il fiato sospeso per un’intera notte. Licheri tentò l’impresa impossibile di salvare il piccolo Alfredino Rampi: fisico da contorsionista, si fece legare per i piedi e fu calato a testa in giù a una profondità di trenta metri nel pozzo artesiano nel quale era caduto il bambino. Alla sua impresa si era attaccata la speranza (poi risultata vana) di milioni di persone. Fece di tutto per tentare di imbragare il piccolo ma quell’inferno di fango vanificò il suo tentativo e, appena tornato in superficie scoppiò in un pianto dirotto.
Il fatto di cronaca inizia nel giugno nel 1981 nella zona di Vermicino a due passi da Roma, dove Alfredino scivola in un pozzo artesiano di soli 30 cm di diametro, ma profondo decine di metri, lasciato sconsideratamente aperto nei campi vicino alla casa dei nonni. Sono da poco passate le sette di sera del 12 giugno 1981 quando il bambino esce di casa - come tutti i giorni - per giocare, ma non sa certamente che non vi farà mai più ritorno. Così come ignora che il suo drammatico caso, di lì a poco, terrà milioni di persone incollate davanti alla Tv per la diretta a reti unificate, la prima per un fatto di cronaca nella storia dell’informazione italiana.
Una vicenda, quella di Vermicino, divenuta un pezzo di storia del nostro Paese: come si ricorderà, oltre al folto stuolo di poliziotti, carabinieri, ingegneri e tecnici dei vigili del fuoco accorsi sul posto, perfino il presidente della Repubblica Sandro Pertini volle seguire direttamente i vari tentativi per salvare il bambino. L’ingegner Elveno Pastorelli faticò non poco per coordinare i soccorritori: ma nonostante gli strumenti e le tecnologie (che anche venticinque anni fa esistevano) alla fine si optò per il tentativo disperato dell’«Angelo» - di nome e di fatto - Licheri.
All’epoca dei fatti Licheri aveva trentasette anni; oggi ne ha sessantuno ed è da poco rientrato in Italia, dopo una lunga permanenza in Africa. A vederlo, non sembrerebbe un uomo capace di una così eroica azione, eppure quel “mingherlino”, ex tipografo di origine sarda, dal grande cuore, fu l’unico ad accettare il rischio di essere calato con una corda alla profondità di oltre 30 metri.
A distanza di tanti anni Licheri è ancora in grado di ricordare i più piccoli dettagli della vicenda. «La discesa nel pozzo - ricorda l’ex tipografo che ora vive con una misera pensione di 600 euro al mese - fu un vero incubo, che non finiva mai; ricordo che una voce a un microfono scandiva i metri che scendevo appeso a un filo. A un certo punto, avvolto nella melma, vidi il piccolo Alfredino. Lo sentii rantolare, stava soffocando, perché aveva la bocca piena di fango, non potrò mai dimenticare quel rantolo». «Con un dito - prosegue Licheri - cercai di togliere quel fango e nel frattempo tentai di liberarlo dal fango per poterlo poi imbracare per la risalita. Il suo corpicino, quasi esanime, aveva la mano sinistra sotto al ginocchio ed era rannicchiato. Per un momento mi sembrò di avercela fatta, ma purtroppo l’imbracatura scivolò e accadde il peggio».
«Ricordo - racconta ancora Licheri - la signora Franca Rampi, madre di Alfredino, che non appena risalii, mi disse in preda alla disperazione: “Non mi dica che non è riuscito a salvarlo”. Da allora, spesso di notte continuo a sognare quel pozzo maledetto, con vicino la morte e io cerco di allontanarla». Ma l’«eroe dimenticato» ricorda anche gli estenuanti interrogatori ai quali fu sottoposto per anni. Poi l’«esilio» volontario in Africa.