NOTTE BIANCA

La tempesta perfetta si sta formando. Un soffio di qua, uno sbuffo di là, una raffica di vento improvvisa, il freddo. Quello che sta calando sull'entusiasmo che i Toronto Raptors, come società, staff tecnico e tifosi, hanno avuto per Andrea Bargnani fin dal giorno in cui venne chiamato al numero 1 del draft del 2006. Sempre la solita storia: primo scelto, dunque costretto a dare sempre più degli altri per giustificare l'impegno e la fiducia - senza dimenticare i soldi, circa cinque milioni di dollari annui fino al giugno 2009 - che la dirigenza gli ha dato. E destinato a sembrare più deludente di quanto non sia, vista la maestosità delle premesse. È la sua condanna, quella che ha portato l'altro giorno il presidente Bryan Colangelo ad ipotizzare una cessione, il quotidiano Tornto Sun a chiedersi se si tratta del «numero uno degli errori» ed un numero crescente di tifosi a porsi tante altre domande scomode. Anche se notoriamente nella Nba sono cedibili tutti, sempre.
Il progetto
Bargnani era un giocatore atipico anche in Italia, nella Benetton, perché nonostante la sua statura (2.13) possedeva un tocco morbido ed una notevole precisione nel tiro da lontano, anche da tre, unita ad agilità, buon fisico, voglia di imparare. Uno dei rari esemplari davvero talentuosi di lungo moderno, mobile, inevitabilmente accostato a Dirk Nowitzki, che ha depositato il diritto d'autore su quasi tutte le doti richieste ad un 2.10 (o più) portato a non piantarsi vicino al canestro, come avveniva una volta, per selezione naturale e quasi razzista. A Toronto lo scelsero Colangelo e il suo assistente Maurizio Gherardini, che fino a poche settimane prima era stato il massimo dirigente proprio della Benetton: la squadra stava assumento una caratterizzazione internazionale più spiccata, grazie all'arrivo di Jorge Garbajosa e Anthony Parker, statunitense di lunga milizia europea, e alla presenza di José Calderon, il playmaker spagnolo, e data per scontata la supremazia tecnica di Chris Bosh, il centro texano, Bargnani avrebbe dovuto rappresentare il suo alter ego, raddoppiare assieme a lui le potenzialità offensive dei Raptors e trascinarli ai primi posti della Eastern Conference. Come avvenne, peraltro.
La carriera
Per buona parte della sua prima stagione, Bargnani ha avuto buone partite seguite da percorsi a vuoto, ed un periodo di oltre un mese di inattività, verso la fine, in cui un'appendicite lo ha fermato proprio mentre pareva acquistare più forza la sua candidatura a Rookie of the Year, riconoscimento onorifico molto ambito. Aveva poi chiuso la stagione con una media di 11.6 e 3.9 rimbalzi, con il 37% al tiro da tre, calando però in sei partite di playoff (sconfitta 4-2 contro i New Jersey Nets) a 11, 3.5 e 41.2% da tre.
La crisi
Brutta parola, di sapore italiano nella sua precipitazione, ma si basa sui numeri, sulla progressione stagionale di Bargnani. Nel mese di novembre, il romano aveva avuto 25 minuti e 11.9 punti di media; in dicembre, 19 e 5.3; in gennaio, titolare in nove gare su nove, 20 e 6.4. Incostante perché non riesce a dare quel che l'allenatore Sam Mitchell, non proprio un suo grande ammiratore, chiede: va bene il tiro da tre, vanno bene gli uno-contro-uno, ma ci vogliono rimbalzi, ci vuole difesa più intelligente. Nessuna squadra può permettersi che un giocatore di 2.13 che occupa la posizione di ala forte o centro prenda solo 3.4 rimbalzi (la metà di quelli di Brandon Roy, guardia, scelto al numero 6 nel 2006), e che regolarmente commetta falli inutili, spesso nei minuti iniziali, che lo condizionano per il resto della gara. Spesso Andrea segna i primi canestri - è successo anche l'altra sera, un tiro da tre dopo 1'29" - poi si assottiglia, proprio perché avviene sempre qualcosa che costringe Mitchell a cambiare qualcosa, dando più spazio ad altri quintetti.
Poi, a dirla tutta, 8.7 punti di media nella Nba non sono malaccio, in assoluto. Ma non vanno per nulla per chi è stato prima scelta, ecco perché la tempesta, magari sotto forma di cessione, si sta avvicinando. Passerà.