La notte di Bruxelles

Cerchiamo di non essere ipocriti. Dalla notte di Bruxelles è emerso un fallimento annunciato. La crisi dell'Europa non è un terremoto improvviso né una catastrofe (imprevista). C'è del tempo davanti, ma è poco. C'è mezzo secolo di progressi alle spalle. Ma per questo è urgente capire, più che «l'idea di Europa», il modo e le strategie per realizzarla guardando al futuro, cioè al Terzo Millennio. Più del Trattato costituzionale, il Bilancio dell'Unione è una questione politica essenziale. In pratica il primo è meno importante del secondo, che richiede risposte non retoriche di strategia politica a lungo termine. L'urgenza è su queste scelte, sulle idee: che non riguardano né i «ragionieri di Bruxelles», né i banchieri di Francoforte, né gli «economisti senz'anima». Ma è il colmo che proprio Chirac possa accusare l'egoismo di Tony Blair, come se si trattasse della «perfida Albione» nell'Europa fratricida del Novecento. Certo, ci si dovrebbe comunque vergognare davanti ai 10 nuovi Paesi entrati nell'Ue nel 2004, che erano disposti, loro, a fare sacrifici per togliere meno risorse ai fondi strutturali che vanno alla Spagna, alla Grecia e, dopo molte lunghezze, all'Italia. Ma il Bilancio 2006 dell'Unione destina soltanto il 31 per cento alle «politiche di coesione» (il 7 alla «competitività»!) e ben il 47 per cento all'agricoltura. Cioè alla famigerata PAC (Politica agricola comune), sia pur decrescente, che sovvenziona a sua volta per l'80 per cento i paysan francesi: contro i consumatori europei, contro la competitività europea, contro le speranze di sviluppo del Terzo Mondo. Basta guardare alle «voci» del Bilancio strenuamente contestate da Blair (con l'Olanda e la Svezia) sulla base di un micragnoso puntiglio per gli sconti - ma aveva già ragione la Thatcher, quando voleva indietro i suoi soldi - per sentire le «voci del passato» storico e politico. E per intendere come ad esse, piaccia o no, si contrappongano quelle del futuro europeo. Un orizzonte che esige una svolta nella struttura medesima del Bilancio: più impegnata sulle innovazioni che sulle campagne, sulla ricerca, sull'istruzione, sulla competitività più che sui sussidi alla sclerosi europea. Non sono forse queste (quelle di Blair) le priorità politiche vitali per un'Europa che ha bisogno di crescere in un mondo sempre più interdipendente e «globale»? Non vogliamo regredire a zona di libero scambio, ma dobbiamo rifiutare le scuse retorico-declamatorie per non affrontare un riposizionamento strategico risolutivo, indispensabile all'Europa del XXI secolo e a noi in special modo. In realtà, picchiamo adesso il naso su un problema fondamentale, irresponsabilmente rimosso al momento dell'introduzione dell'euro e delle sue (non gratuite) opportunità. Il problema è quello dei divari di produttività fra i diversi Paesi e aree interregionali. Ci siamo tenuti i rischi, pur di non ammettere che una moneta unica e quindi una politica monetaria unica - a parte le critiche non infondate alla Bce - avrebbero irrigidito un'integrazione economica imperniata su un mercato unico che, invece, richiede flessibilità almeno nel mercato dei capitali e in quello del lavoro. C'è quindi bisogno di sistemi retributivi e di sicurezza sociale ancorati alle loro strutture nazionali. Le differenze di produttività rendono chiaro che i costi del Welfare e quelli del lavoro devono essere differenti. Il problema - politico! - fondamentale per l'Europa e ancor più per l'Italia è quello del rapporto reciproco fra crescita economica e benessere sociale. Ma è evidente che il «modello renano» non tiene più e per l'Italia la sua inadeguatezza o impossibilità è ancora più palese. Pensiamo al Piano Delors per finanziare grandi infrastrutture materiali e immateriali europee. Il nostro interesse, anche ideale, è di andare verso il futuro, non di ascoltare le «voci del passato».

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