Prima notte in cella per il quarantunenne di Brescia accusato di aver ucciso e fatto a pezzi gli zii. Oggi in programma un altro interrogatorio Il nipote dice solo due parole: «Sono innocente» Davanti ai pm Gugliemo Gatti si è avvalso della facoltà di

La Procura: «Per cinque giorni l’imputato non potrà parlare con il suo legale»

nostro inviato a Brescia
«Sono del tutto estraneo alla morte dei miei zii». Guglielmo Gatti proclama la propria innocenza con forza. Lo afferma parlando con il suo avvocato in una stanzetta della Procura di Brescia. Davanti ai magistrati, invece, sceglie il silenzio. Tace, l’uomo fermato con la tremenda accusa di aver ucciso e macellato i coniugi Aldo Donegani e Luisa De Leo e di avere poi gettato i resti squartati in un dirupo di montagna. Dopo essere stato torchiato per giorni dagli inquirenti, dopo aver ripetuto più volte la sua verità da uomo libero, ora che è chiuso in isolamento nel carcere di Canton Mombello il nipote della coppia orrendamente massacrata ha imboccato la via del mutismo. Si era avvalso della facoltà di non rispondere mercoledì, al momento del fermo, e lo stesso ha fatto ieri pomeriggio quando il procuratore capo Giancarlo Tarquini e i sostituti Paola Reggiani e Alberto Rossi hanno deciso di interrogarlo una seconda volta.
È stato il legale d’ufficio di Gatti, il trentatreenne avvocato Luca Broli, a suggerirgli il silenzio. La Procura ha infatti vietato i colloqui tra il difensore e l’imputato per cinque giorni. Una misura prevista dal codice di procedura penale nel corso delle indagini preliminari «quando sussistano specifiche ed eccezionali ragioni di cautela». Broli ha chiesto sia l’altro giorno sia ieri di poter parlare con il suo cliente. Ieri pomeriggio gli è stato concesso un colloquio di dieci minuti, sufficienti per un primo contatto, non certo per approfondire i fatti o abbozzare una strategia difensiva. Così, al termine dell’incontro con il legale, Gatti ha annunciato che avrebbe tenuto ancora la bocca chiusa.
Quando si è sparsa la voce del nuovo interrogatorio sembrava che l’inchiesta fosse giunta al momento della verità. Il cellulare nero che trasportava Gatti è passato sotto il portone del palazzo di giustizia di Brescia alle 16.05 e ne è uscito due ore e un quarto dopo. Un periodo di tempo lungo: forse nel muro eretto dal quarantunenne si era aperta una breccia. Invece un’ora se n’era andata ad aspettare che tutti gli inquirenti arrivassero in procura e il resto si è perso nelle formalità. All’uscita, l’avvocato Broli ha riferito di aver trovato il suo assistito «molto provato, con la disperazione e lo stupore di chi mai avrebbe pensato di andare in carcere».
Il legale si è però detto «decisamente fiducioso» quanto all’esito dell’udienza di questa mattina davanti al gip Carlo Bianchetti, che deciderà se convalidare o no il fermo di Gatti. Nel provvedimento di fermo si cita soltanto la deposizione di un ragazzino e di suo padre e si paventa un pericolo di fuga che, se avesse voluto, Gatti avrebbe già potuto attuare, e non è ancora stato individuato il movente di tanta ferocia. L’ottimismo di Broli sembra giustificato anche dal fatto che ieri le indagini non hanno fatto passi avanti. Nessuna notizia dall’istituto di medicina legale, dove sono cominciati gli esami necroscopici sui poveri corpi smembrati: non l’autopsia vera e propria, ma un’analisi esterna. Ci vorrà tempo per avere risultati attendibili.
Il primo esame, eseguito dai carabinieri del Ris guidati dal colonnello Luciano Garofano che da mercoledì è a Brescia, sarà quello del Dna per riconoscere ufficialmente i corpi. Oggi gli uomini del soccorso alpino, della Protezione Civile e della forestale saliranno di nuovo sulle pendici del passo del Vivione alla ricerca degli ultimi resti: il tronco della donna e le due teste. Sarà anche ispezionato a fondo l’appartamento di Gatti.
Gli investigatori vagliano anche il testamento dei Donegani. La proprietà della villetta di via Ugolini era divisa a metà: pianterreno alla coppia, primo piano al nipote (l’aveva ricevuto pochi mesi fa alla morte del padre). Sembra che Aldo avesse disposto che, alla sua morte, la nuda proprietà dell’appartamento passasse non a Gatti ma all’altro nipote, Luciano De Leo, carabiniere a Castelfidardo, mentre l’usufrutto sarebbe rimasto alla vedova. Ma per ora sono soltanto voci.