Una «Notte europea della ricerca» per pochi intimi

Scarsa affluenza all’evento voluto dalla Provincia. Manzi: «Da noi il 50 per cento della ricerca italiana»

Omar Sherif H. Rida

Settecentomila: questo, secondo le stime di Bruxelles, il numero di nuovi ricercatori che servirebbe per rinvigorire in Europa un settore tanto strategico quanto spesso sacrificato. Del resto non è necessario guardare lontano: in Italia ci sono 2,82 ricercatori ogni mille lavoratori, un dato ben al di sotto della media europea. In tal senso iniziative come la «Notte dei ricercatori» (organizzata dall’Ue e andata in onda venerdì scorso in molte città del Vecchio continente) nascono proprio per avvicinare il grande pubblico ai temi della ricerca scientifica, far cadere gli steccati esistenti tra i laboratori e il sentire comune e attrarre i migliori cervelli, troppo frequentemente costretti a lunghi esilii nei campus statunitensi.
A Roma l’evento era stato inserito nell’ambito della rassegna «Roma design+» e annoverava tra i promotori l’assessorato allo Sviluppo economico della Provincia e l’Apre (Agenzia per la promozione della ricerca europea) con la collaborazione dell’Università La Sapienza. Inedita ma accattivante la location: il «Bruco», una grande struttura gonfiabile allestita all’interno della città universitaria che in questi giorni sta ospitando numerosi convegni e mostre. Ricco anche il programma: esperimenti scientifici dal vivo; incontri tra ricercatori ed esperti su temi d’attualità (la mobilità nella realtà europea, le prospettive e le possibilità offerte dalla professione, le politiche sul territorio e l’innovazione tecnologica); divulgazione di progetti ideati in ambito accademico, e poi musica dal vivo, stand informativi e proiezione di filmati.
Una sorta di «Notte bianca» della ricerca rivolta ad un target di massa in cui purtroppo è mancata proprio la massa, vista la scarsa presenza di pubblico ma anche di addetti ai lavori. E così, mentre a Roma una cinquantina di aficionados discutevano di come intraprendere la carriera di ricercatori e «fare sistema» tra laboratori, mondo accademico e imprenditoriale, a Bruxelles insigni scienziati accompagnavano il pubblico nella visita del Reale Istituto di Scienze Naturali, a Copenaghen e Barcellona si allestivano due grandi Caffè della Scienza per parlare delle «influenze reciproche fra società e ricerca» e nella città boema di Ceske Budejovice, addirittura, i docenti universitari si esibivano come musicisti rock. «Siamo il penultimo Paese al mondo per investimenti nella ricerca» denuncia il direttore dell’Apre, Diassina Di Maggio, mentre l’assessore allo Sviluppo economico, Bruno Manzi, evidenzia come «nella nostra provincia si concentra il 50 per cento della ricerca nazionale pubblica. Un dato importante al quale però fanno da contraltare gli scarsi investimenti delle imprese». Spunti di riflessione che avrebbero meritato un uditorio più numeroso (tanti gli assenti «illustri» perché impegnati nella concomitante «Conferenza mondiale sul futuro della Scienza», organizzata a Venezia da Umberto Veronesi). «Il prossimo anno auspichiamo un maggior coinvolgimento delle Università e dei centri di ricerca» dichiara in chiusura di serata il presidente del corso di laurea in Disegno industriale, Tonino Paris: un augurio che non si può non condividere.