Una notte magica sognando scudetti e sgambetti

È il derby dei record. Mai una stracittadina si era disputata così tardi: fischio d’inizio alle 21,15 per allungare la broda televisiva della giornata infrasettimanale di campionato, che si «spalma» meglio della margarina nella pubblicità televisiva anni Settanta. Alla faccia di chi per tanti anni ci ha fatto credere che il derby notturno nuoceva alla salute di chi va a vederlo - e a quella dei poliziotti chiamati allo stadio. Mai un derby con un divario così ampio, almeno nell’epoca dei tre punti: Roma a quota 61, Lazio a 34, una differenza di 27 punti che da sola sembrerebbe chiudere il pronostico.
Eppure. Eppure Luciano Spalletti, timoniere di questa Roma che ha scoperto quanto è bello correre per tutti i traguardi, non si fida. E fa bene. Perché la sua squadra, pure in brillanti condizioni di forma come dimostra la vittoria scippata al Milan nei minuti finali, ha alle spalle una raffica di partite e davanti un calendario davvero molto fitto. E una distrazione o semplicemente una fisiologica pausa a prender fiato potrebbe essere pagato a caro prezzo. E poi la Lazio è in un buon momento, gioca bene e nel girone di ritorno ha inanellato quattro vittorie consecutive in casa. E il tabellone dice che si tratta di Lazio-Roma, per cui la tentazione di mettere la quinta è irresistibile. Come peraltro quella di fare un dispettuccio ai cuginetti improvvisamente trasformati in star europee.
Un aspetto positivo c’è sicuramente in questo derby tra parenti di censo così diverso. Come spesso accade quando gli obiettivi sono diversi dalla semplice supremazia cittadina, il derby non viene vissuto dai tifosi con la partecipazione quasi ossessiva di chi deve salvare la stagione. Ciò che fa ben sperare per l’ordine pubblico. Un derby bello, spettacolare e civile sarebbe uno scudetto a due piazze.