«Una notte con la Pinotti o la Fusco? No, finirei a parlare solo di politica»

Devo attendere una mezz’oretta prima di incontrare Luca Borzani per questa «lunga intervista». Sta concludendo il contratto d’affitto della sua piccola, ma graziosa dimora di Quinto. Sembra molto soddisfatto del «piccolo affare».
Luca Borzani è nato a Genova nell’aprile del 1955. Attualmente è presidente della Fondazione Palazzo Ducale.
Dove è nato Borzani?
«A Genova, alla clinica S. Anna. I miei abitavano in via Franzoni, nel palazzo di fronte a quello di Giorgio Doria. Il papà era docente universitario. Uomo probo aveva collaborato alla realizzazione della diga foranea del porto. La mamma Stefania era una ricercatrice universitaria. Purtroppo è mancata molto giovane. Io sono cresciuto anche con la nonna».
Una famiglia molto borghese...
«Mio nonno, Vinceslao, era un noto architetto, aveva collaborato al restauro di San Lorenzo, aveva realizzato il padiglione ligure alla Fiera internazionale di Roma di quegli anni. La nonna aveva la farmacia in Vico Casana. Il nonno era, possiamo dire, un radical massone socialista, arrivato secondo al Concorso per il Monumento di Quarto».
I suoi luoghi dell’infanzia?
«I luoghi del tempo libero erano a Roburent, allora solo e soltanto un’isola verde. Sono rimasto là fino a 11 anni».
Gli anni della scuola?
«Premetto che ho sempre avuto un rapporto pessimo con la scuola sia sul piano disciplinare che dell’apprendimento. Le medie le ho fatte alla “Barrili”. Studiavo poco, ma leggevo tantissimo, il che serviva poco al miglioramento scolastico. Mi sono riconciliato con la scuola con la prima partecipazione ai cosiddetti “movimenti studenteschi”. Mi sono laureato a Balbi, nell’80, con Antonio Gibelli, tesi su “Storia e sociologia nel dopoguerra”».
Inizia poi il percorso lavorativo...
«Inizio come docente nei licei per “storia e filosofia”, sono stato ricercatore all’Archivio storico Ansaldo, poi direttore del “Centro Ligure studi sociali” e infine, all’Istituto Gramsci diretto da Franco Monteverde».
I ricordi, Borzani, gli amici...
«Ho avuto un nucleo di amici che mi sono portato dietro da trent’anni e con i quali mi frequento tutt’oggi. Pochi, quelli fondamentali».
Arriva poi l’impegno politico.
«Ho iniziato con i movimenti del post ’68, l’esperimento della nuova sinistra quindi il “movimento degli studenti” del ’78. Furono anni terribili, sangue per le strade, le Br. Mi fermai per un po’ e tornai alla politica con i Ds nell’89. Non sono mai stato iscritto al Pci. Nel ’93 divento consigliere comunale col sindaco Adriano Sansa. Dall’87 vengo rieletto e divento assessore con Pericu per dieci anni, all’anagrafe, al decentramento, alla scuola e alla cultura».
Luca Borzani com’è Genova vista da Palazzo Ducale?
«La vista è straordinaria. Le luci sui tetti sono fascinose. Il Palazzo è una straordinaria scommessa tesa ad intrecciare la città con il Palazzo. Deve diventare la “Casa di tutti”. Non è più solo il “salotto buono” di una volta. Mi sono spiegato?».
Il posto dove le vengono le idee...
«Ammesso che vengano queste idee... Scrivo lentamente al computer. La famosa “lampadina” dei fumetti non mi è mai arrivata. Spuntano le idee nel corso del tempo... magari a tavola, per strada, in qualche luogo non propriamente nobile. E via, via crescono...».
Tempo libero: l’ultimo libro letto?
«Di Jasmine Khadra “Le sirene di Baghdad”, racconta come un contadino può diventare un kamikaze. Bellissimo. Poi “I gulag sovietici” di Grossman. E proprio l’ultimo il libro di Carlo Repetti: davvero interessante».
Cose da insegnare ai figli.
«Non ho figli per scelta. Non so se sia stato un bene o un male. La mia, penso, sia stata una pessima generazione di genitori. Penso che direi ai miei figli quello che mio padre diceva a me: “Apprezza le cose belle”. E ricordo una frase di Danilo Dolci: nessuno cresce se non è sognato».
Cosa la irrita?
«Mi irrito con me stesso. Mi irrita il degrado della politica. E l’idea che tutti pensano che sia possibile fare tutto».
I suoi amici dove li trova?
«Quelli antichi li incontro spesso. Gli altri sui luoghi di lavoro. Ogni tanto amo “gli amici da bar” che mi affascinano, far tardi di notte. Amici politici? Nessuna frequentazione specifica».
La sua casa brucia... cosa salva?
«Le foto dei miei genitori».
Cosa le piace di più nel corpo di una donna?
«Il volto e le mani».
La faccia di un politico, uomo o donna, che le piace?
«Avrei qualche difficoltà... Tanti politici hanno una bella faccia. È la politica che ha una brutta faccia».
È permaloso?
«No. C’è però chi dice di sì. Forse ha ragione lui».
Vorrebbe fare il sindaco?
«No».
Una notte brava con Roberta Pinotti o Marylin Fusco?
«Nessuna delle due, perché ho il sospetto che le conversazioni in quel frangente non sarebbero da notte brava...».
Cosa le piace meno di lei?
«Vorrei essere meno metodico. E più capace di ritagliarmi del tempo libero».
Le rimangono 12 ore di vita? Che fa?
«Oltre a cadere nel panico, non lo so. Forse cercare di ricompormi con me stesso».
Ucciderebbe per un ideale?
«Mai. L’affermazione di Macchiavelli Il fine giustifica i mezzi è stata la tragedia del Novecento».
Ci sono brave donne politiche femminili a Genova? Chi preferisce?
«Intanto donne in gamba non mancano. Importante è che le donne politiche non vogliano assomigliare troppo ai politici maschi. Dico Vincenzi e dico anche Della Bianca, per fare qualche nome».
Lei Borzani, va su tutte le furie per...
«Raramente mi infurio. Mi succede per i lavori mal fatti. E quando c’è menefreghismo».
Lei è un uomo più di fede o di scienza?
«Io sono non credente. Però con forte sensibilità nei confronti delle religioni. Oggi è difficile dirsi o solo uomo di fede o solo uomo di scienza».
Come vorrebbe morire?
«Consapevole e senza troppo dolore».
Ora facciamo il nostro gioco... Vincenzi o Pinotti?
«Vincenzi».
Garibaldi o Mazzini?
«Mazzini».
Brignole o Principe?
«Principe».
Verdi o Rossini?
«Verdi»
Scala o Carlo Felice?
«Scala».
Burlando o Pericu?
«Pericu».
Farinata o caviale?
«Farinata».
Tanga o costume intero?
«Tanga».
Seno o gambe?
«Gambe».
Bagnasco o Siri?
«Bagnasco».
Una donna bella e scema o brutta e intelligente?
«Possiamo andare a prendere un caffè...?».