Ma di notte si può mangiare solo il kebab

E' la mensa del popolo della notte. Il kebab è la versione politicamente corretta e un po’ terzomondista del famigerato Big Mac a stelle e strisce. Nelle pance si combatte una battaglia culturale declinata in salsa gastronomica

Milano - Il rotolone che suda grasso e gira su se stesso come un derviscio, ormai ha colonizzato l’Occidente. Dove non è arrivata la parola del profeta c’è il kebab come baluardo dell’islamizzazione. Gustoso, speziato e sapido. Nessuno tocchi il panino. Un capodanno per i sensi e un cruciverba per la digestione. Calorico, certo, ma come tutto quello che nasce per essere consumato velocemente. Perché l’intingolo ottomano è, alla fine, la quintessenza dell’occidentalità. La versione politicamente corretta e un po’ terzomondista del famigerato Big Mac a stelle e strisce. Una battaglia culturale declinata in salsa gastronomica che si combatte nelle pance di tutti gli occidentali. E nessuno si è ancora cimentato in un “Supersize me” in versione arabeggiante, sennò chissà cosa avremmo visto.

Di notte lasciateci il kebab Ma fino alla settimana scorsa, prima che la regione Lombardia decidesse di stringere la morsa attorno ai cibi d’asporto, il kebab aveva un vantaggio. Almeno a Milano. I kebbabari sparpagliati qua e là per la città erano la mensa del popolo della notte. Lavati gli ultimi piatti nei ristoranti “regolari” per i tiratardi la scelta era obbligata: divorare il fagotto turco. Ai vampiri non rimaneva che affondare i denti nella speziata creatura nel Corno d'Oro. Poi, a spazzar via cipolle, salse con yogurt, aglio o peperoncino, ci avrebbero pensato tonnellate di citrosodina. Problemi della mattina seguente. Insomma, volenti o nolenti, l’unica certezza del nottambulo affamato era il kebab o, al massimo, gli episodici furgoni che dispensano panini con la salamella. E, fra le nebbie della Madonnina, doversi appellare ai minareti della Moschea Blu per riempire la pancia è un bel paradosso.