La notte di Superpippo diventa la notte degli sfoghi

La tenera notte di Pippo Inzaghi è diventata la notte dei lunghi coltelli e del regolamento dei conti in casa Milan. Lo spietato confronto tra vecchia guardia e noti “baroni“ (leggi Ronaldinho, Seedorf) o giovani abulici (Pato) è diventato infatti più attuale e importante dell’esito conclusivo della sfida col Real Madrid, scandita prima dall’ammirazione per il calcio esibito dall’armata blanca, poi dalla beffa per il 2 a 2 subito a 30 secondi dalla sirena.
L’eroe del gol dei due mondi ha colto al volo l’occasione per togliersi un po’ di macigni dagli scarpini. Ha rivolto un grazie sentito ai tifosi («sono stati loro, acclamandomi prima d’entrare, a darmi la carica, stavo anche per farmi cacciare, andavo addosso a chiunque»), un altro a Ibra («ha detto che con me in campo lui si trova bene»), ha dedicato le sue ultime due gemme a Stefano Borgonovo e ai calciatori italiani («troppo bistrattati in questo periodo») prima di puntare il dito su Allegri e sui critici, «pronti a salire sul carro del vincitore» la sua stoccata velenosa diretta ai colleghi, invitati attraverso sms e colloqui telefonici, ad appoggiare la sua candidatura e invece rimasti in rigoroso silenzio. Più aperto, per la prima volta da quando Inzaghi è tornato alla ribalta, il suo dissenso con Allegri.
«É vero, io mi faccio trovare pronto, mi alleno con determinazione, ma se gioco una volta ogni nove partite, beh anche uno come me fa fatica a tenersi in forma» l’obiezione rivolta al tecnico che in qualche occasione (e solo qui Pippo nostro ha motivo per dolersene) è stato mandato a riscaldarsi senza entrare per niente, oppure disputando solo una manciata di minuti. Tra i bersagli di Pippo anche chi ha ironizzato sulla famosa frase di Mourinho pronunciata prima della sfida di Madrid («mi preoccupo solo se gioca Inzaghi»). «Qualcuno ha fatto lo spiritoso, e invece era un complimento autentico, nessuno sa per esempio che già l’anno scorso, dopo il derby, mi chiese in dono la maglia», il particolare fornito da Inzaghi. Che qualche minuto prima, sul prato di San Siro, ha firmato un bel cicchetto pubblico a Seedorf, entrato al posto di Gattuso preso dai crampi, e poco incline a sacrificarsi. Non era molto complicato tradurre il labiale di Pippo: lo invitava a correre, chiudere, marcare. Invito finito in un cestino a 30 secondi dai titoli di coda quando Seedorf è rimasto a guardare l’ultimo triangolo ricamato da Benzema e Di Maria, il prologo al 2 a 2 di Pedro Leon.
Ma le parole di Rino Gattuso, rimasto finora in silenzio per scaramanzia e per orgoglio (in tanti lo avevano dato per finito, bollito), sono le più importanti anche perchè rivolte allo spogliatoio. Parole prima generiche: «Dobbiamo dare di più, quello che abbiamo fatto finora non basta». Poi sempre più mirate: «Guardate il Real Madrid: anche loro giocano con 4 uomini nella fase d’attacco, ma guardate come pressano e come inseguono» la prima segnalazione. Infine il capo d’accusa vero e proprio così concepito: «Tutte le volte che il portiere avversario rinvia la palla, il Milan si ritrova con tre giocatori fuori dal gioco». Rilievo riferito naturalmente ai tre attaccanti schierati nell’occasione: e cioè Ronaldinho, Ibrahimovic e Pato. E mentre nel primo caso, la bocciatura del Gaucho è ormai un dato acquisito che deve portare a valutazioni complessive da parte del tecnico, il richiamo pubblico e solenne nei confronti di Pato è un inatteso tormento.
La conclusione è una sola: il Milan è ancora a metà del guado, è lontano dal diventare squadra, un blocco unico insomma, con i solisti che sono in grado di esaltarne il talento. E allora è venuto il momento delle scelte di fondo che pretendono un pizzico di coraggio e molta pazienza da parte di Allegri. Il coraggio di fare a gente tipo Ronaldinho e Seedorf il ragionamento che Berlusconi ha rivolto ai finiani: o date prova concreta di voler collaborare oppure è meglio farsi da parte. La pazienza è per Pato e forse anche per Flamini, da recuperare al più presto.