«Notti bianche? Vorrei più cultura»

«In città non ci sono particolari brutture: mi piace il campus della Bovisa»

Massimo Cacciari, ha nostalgia di Milano?
«Un’enorme, infinita nostalgia di Milano e soprattutto di quello che facevo a Milano».
Oggi non è più preside di Filosofia al San Raffaele ma sindaco di Venezia. Che consiglio dà a Letizia Moratti per promuovere la cultura?
«Valorizzare chi fa cultura in loco, basta con le notti bianche».
Troppo di massa?
«No. Il problema è che la cultura, oggi, passa solo da mostre e grandi spettacoli. Le abbiamo organizzate anche noi, quando dico che sono troppe faccio autocritica».
Chi merita più sostegno, allora?
«Chi fa teatro e musica tutto l’anno, le associazioni culturali. A Venezia ho cambiato il nome dell’assessorato, non si chiama più alla Cultura ma alla Produzione culturale».
A proposito di assessori, la Moratti ha scelto Vittorio Sgarbi. Una buona scelta?
«Io non l’avrei scelto, ma è solo un giudizio personale. De gustibus...».
Sgarbi vorrebbe rimuovere i monumenti brutti di Milano...
«Il problema riguarda tutte le città, ci sono tanti esempi di arte moderna brutta».
A Milano che cosa cancellerebbe?
«Non ci sono particolari brutture. Le cose peggiori le vedo all’estero, penso al quartiere di Les Halles a Parigi. Noi italiani abbiamo il brutto vizio di esaltare quanto si fa negli altri Paesi e di disprezzare il nostro».
Dei nuovi quartieri di Milano, quale le è piaciuto?
«Il nuovo Politecnico alla Bovisa. Unico difetto, lo stile: un po’ troppo standard, cosmopolita».
Restiamo alle università. Quali sono i loro problemi?
«La mia esperienza milanese si limita al San Raffaele, dove ho lavorato, e alla Bocconi, con cui ho collaborato. Sono due atenei di straordinario livello, entrambi mettono al centro la ricerca. Ha idea di che cosa si fa alla facoltà di Medicina del San Raffaele?».
Vuol dire che dopo uno o due mandati da sindaco di Venezia tornerà a Milano?
«Il mandato sarà uno, questo è sicuro. E dopo sarò troppo vecchio per fare qualsiasi altra cosa».
Gli studenti, quando vinse le elezioni a Venezia e lasciò la facoltà di Filosofia, erano arrabbiati e dispiaciuti.
«Io più di loro».
Perché lei e don Verzè avete creato la facoltà di Filosofia a Cesano Maderno e non in città?
«Lì c’era un luogo ideale. Avremmo potuto farla anche in città, fu una scelta».
La facoltà aveva il sostegno economico della Fondazione Prada. I privati a Milano fanno abbastanza per la cultura?
«Per quanto ho visto sono più generosi che a Venezia».
Torniamo alla città, che cosa le piace di Milano?
«Con la metropolitana arrivavo dappertutto. Dico una banalità, ma è la città più infrastrutturata d’Italia».
E i problemi?
«Il traffico. Ma in questo non è diversa da Roma o da città più piccole, come Firenze. La vivibilità di Milano non è inferiore a quella degli altri centri».
I milanesi, però, si lamentano...
«È normale, ognuno soffre della trave o della piuma che ha nel proprio occhio».
Conosce Letizia Moratti?
«L’ho incontrata quando era presidente della Rai».
La Moratti, come lei, arriva alla politica da un’altra professione.
«Chi diventa presidente della Rai, anche se non è un politico, sa comunque rapportarsi alla politica».
Lei è ridiventato sindaco dopo due mandati e una pausa. Come si conquistano i cittadini?
«Fare il sindaco è un lavoro faticoso, di ascolto soprattutto. È un’utopia pensare di dedicare tutto il tempo ai grandi progetti. Metà, se ne va ascoltando i problemi dei cittadini. È difficile riuscirci in una grande città, ma va fatto».
Perché?
«Per non dare l’idea del burocrate astratto. Se passa questa immagine diventa più difficile anche far accettare i grandi progetti».
Nessun altro consiglio alla Moratti?
«Uno solo, sui partiti: dedichi energie e tempo a conservare buoni rapporti con le “forze politiche” che la sostengono. I sindaci prima avevano le mani libere, oggi devono mediare a volte con chi non rappresenta le persone. Io la chiamo partitocrazia senza partiti».
C’è un assessore milanese che vorrebbe nelle sua giunta?
«A Milano non invidio i politici, ma i giovani. Ne ho conosciuti tanti di bravi e innovatori al Centro di formazione politica».
Li vedremo «in campo»?
«Il problema sono i partiti. Bisognerebbe trovare il modo di dribblarli».