Nove anni di fango e leggende su quel blitz

Dalle rivelazioni dei pentiti al «fantasma» della cassaforte: così sono finiti alla sbarra gli autori della cattura del pericoloso capomafia

nostro inviato a Palermo

Per nove anni si sono impegnati a far condannare per favoreggiamento alla mafia proprio quei carabinieri che tolsero di torno il capo indiscusso di Cosa Nostra. Per oltre tremilatrecento giorni quel boss sanguinario ha goduto a veder «mascariati» e poi alla sbarra i benemeriti dell'Arma che nel 1993 l'avevano localizzato nel centro di Palermo, ammanettato sulla circonvallazione, disarcionato dal comando e costretto al carcere eterno. Dal lontano 1997, batterie di pentiti hanno sparato a raffica le versioni più suggestive sui presunti carteggi esplosivi nascosti nel covo di Riina tirando acqua al mulino della Procura di Palermo convintissima che vi fosse qualcosa di oscuro, di indicibile, certamente una buona ragione (di Stato) per non perquisire la villetta di via Bernini, che infatti non fu perquisita - per scelta investigativa, giusta o sbagliata che fosse - nei 18 giorni successivi l'arresto di Totò Riina. Per non parlare di quella sinistra pubblicistica che ha vergato pagine memorabili sulle malefatte del Ros, prima e dopo la cattura del Padrino corleonese, a proposito di presunti patti con l'Antistato, di livelli superiori e mandanti occulti che volevano inaccessibile l'abitazione per consentire ai picciotti di ripulirla dai segreti. Eppure la storia del covo di Riina, per com'è stata maldestramente riscritta in questi anni, è drammaticamente semplice.
L'inchiesta nasce quattro anni dopo la cattura di Totò 'u curto, il 21 novembre 1997. Nel fascicolo «contro ignoti» la Procura di Palermo ipotizza il favoreggiamento aggravato alla mafia, nel senso che qualcuno l'avrebbe aiutata lasciando il covo incustodito senza prima avvertire la Procura, togliendo telecamere e osservatori, permettendo a donna Ninetta Bagarella di tornarsene indisturbata a Corleone, evitando che venissero alla luce papelli politici riposti in cassaforte. Solo sette anni più tardi sul registro degli indagati sono comparsi i nomi degli «ignoti», il generale Mario Mori e l'allora capitano Sergio De Caprio, detto Ultimo, per i quali nemmeno quattro giorni più tardi gli stessi pubblici ministeri chiederanno l'archiviazione.
Un comportamento singolare, questo della Procura. Una diabolica beffa, per i due militari. Perché indagare Mori e De Caprio il 18 marzo 2004 sapendo già che il 22 successivo si avanzerà formale richiesta d'archiviazione? E perché ci son voluti sette lunghissimi anni a iscrivere nel fascicolo (contro ignoti) i nomi (notissimi) dei carabinieri che il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina? «Perché non avevamo la certezza che fossero stati loro ad arrestare Riina» s'è giustificato in aula il pm Antonio Ingroia che col collega Prestipino, ad onore del vero, anche una seconda volta ha scongiurato il gip di non andare a processo. Ma l'ha fatto inoltrando una richiesta d'archiviazione «suicida» in quanto densa ancora di dubbi, sospetti, ombre dietrologiche che al vaglio del gip hanno significato la scontata imputazione coatta per entrambi gli ufficiali.
Prima di implodere, la tesi dell'accusa fondava il suo operato su ragionamenti inquietanti. Primo: i carabinieri non hanno avvertito la Procura che sospendevano l'osservazione del covo e che non procedevano con la perquisizione (che di norma è la prima cosa che si fa). Secondo: c'è la prova che per questa scelta scellerata qualcuno è entrato nella villa e l'ha ripulita dei documenti scottanti - di cui parlano fior di pentiti -, addirittura smurando la cassaforte. Terzo: c'è la prova regina, ovvero il diario che il procuratore aggiunto Vittorio Aliquò scrisse per Giancarlo Caselli al quale, con certezza granitica, riferì di una sconvolgente riunione a Palermo datata 27 gennaio 1993 durante la quale il generale Mori tergiversava in modo decisamente sospetto sulla perquisizione.
Al di là del dettaglio che il dibattimento ha accertato come quel diario contenga svariate inesattezze, il cuore del processo ha provato che Mori quel giorno nefasto non era a Palermo, bensì nel carcere romano di Rebibbia a interrogare Vito Ciancimino. Ed era insieme a Caselli e a quello stesso Ingroia che nella richiesta d'archiviazione (suicida) per Mori e De Caprio lodava comunque «la scrupolosa e minuziosa cronaca del dottor Aliquò» tesa a evidenziare le «gravi perplessità» sull'attendibilità dei vertici del Ros.
E ancora. Attacca la Procura di Caselli: questa improvvida decisione dei carabinieri ha permesso a uomini della mafia di portar via documenti esplosivi dalla cassaforte, che infatti è scomparsa. Chi parla della cassaforte? I soliti pentiti, a cominciare da Gioacchino La Barbera (che si dice sicurissimo della cassaforte dei segreti smurata e portata via) per finire alla signora Giusy Vitale, sorella pentitissima del boss Vito Vitale: «Se avessero fatto la perquisizione sarebbe successo il finimondo, pure lo Stato sarebbe saltato». Il riferimento all'inesistente papello concernente le trattative fra Stato e Antistato non è per niente casuale. La Procura cavalca l'onda. Dà per assodato che la cassaforte non ci sia più per colpa dei carabinieri. Aliquò lo conferma sotto interrogatorio, Ingroia lo certifica in una nota riservata alla Procura di Milano. L'avvocato Piero Milio, difensore di Mori, a forza di sentire il suo assistito lagnarsi, a maggio 2005 si fa un giro nella villetta e scopre che la cassaforte dei misteri è dov'è sempre stata: incastrata nel muro. Possibile? Non crede ai suoi occhi, si fa fotografare dal figlio accanto al forziere, corre a studio a rileggersi il verbale di perquisizione del 2 febbraio 1993 e scopre che la cassaforte era murata anche quel giorno. Ma se era lì allora, se è lì oggi, di che cosa parlano pentiti e magistrati?
Quanto al resto, il Ros si è difeso sulla mancata perquisizione spiegando da un lato che così facendo si volevano rintracciare altri boss seguendo le mosse dei Sansone, proprietari della villetta, e dall'altro ribadendo che non è assolutamente vero che la Procura non venne informata dello stop alla perquisizione. L'ha confermato persino il pm di turno quel giorno, Luigi Patronaggio, rammentando a verbale di quando Caselli, al termine di una riunione con Mori e Subranni del Ros, lo chiamò dicendogli di sospendere la perquisizione che si accingeva a fare. Patronaggio parla di una sospensione sine die senza obblighi di comunicazione. Se è davvero così il processo ai carabinieri che rischiarono la pelle per catturare l'imprendibile Totò Riina non sarebbe mai dovuto cominciare.