Nove mesi in bilico Dalla bufera Telecom ai fischi per le tasse

da Roma

Nove mesi, quasi sempre in bilico. E sempre alla ricerca di un punto di equilibrio tra posizioni distanti, se non inconciliabili, lungo tutte le possibili dimensioni della politica. I 281 giorni del governo di Romano Prodi, il secondo guidato dal Professore, assomigliano a un percorso a ostacoli. La sfida è stata fin dall'inizio quella di trovare una sintesi tra le varie anime della maggioranza, come dimostra il primo record segnato dal governo: quello delle poltrone. In tutto 102 tra ministri, viceministri e sottosegretari. Mai così tanti, nemmeno ai tempi della Prima Repubblica. Uno sforzo immane e anche una prima sofferta caduta di immagine a fronte di un risultato scarso in termini di coesione politica. Le differenze sono infatti tornate a farsi sentire regolarmente a ogni passaggio importante.
Ad esempio sulla politica economica, primo campo di battaglia dei partiti della sinistra radicale che hanno mostrato da subito l’intenzione di fermare il «rigorista» ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Serve a poco la prima mossa del ministro, quella di far certificare dalla commissione Faini la «catastrofe» dei conti pubblici lasciata dal precedente governo. La manovrina di giugno dimostra il contrario e viene approvata praticamente senza correzione del deficit. E diventa un piccola finanziaria con una serie di misure fiscali firmate dal potentissimo viceministro Vincenzo Visco e una prima tornata di liberalizzazioni scritte dal ministro Pierluigi Bersani. Alcune con vita breve, come quella delle licenze dei taxi, depotenziata dalle lobby.
I mugugni della sinistra radicale sul rigore filo-Bruxelles si trasformano in dissenso esplicito una settimana dopo, il 7 luglio, con il varo del Documento di programmazione economica e finanziaria, approvato senza il voto del ministro Paolo Ferrero (Prc). La difficile estate del governo continua con la legge sull’Indulto che costa un’altra dolorosa frattura, questa volta tra i «garantisti» e i «giustizialisti» di Italia dei valori e del Pdci.
Quasi in contemporanea i radicali, questa volta riuniti sotto le bandiere del pacifismo, costringono il governo a chiedere la fiducia sul finanziamento della missione dei militari italiani in Afghanistan. Va meglio quando si tratta di mandare l’esercito in Libano per partecipare alla missione Onu.
Il tempo di respirare e il governo si trova ad affrontare una bufera, che lo mette in forte difficoltà, sul versante delle aziende: il piano di Angelo Rovati (strettissimo collaboratore del premier) su Telecom italia che comprende la statalizzazione della rete fissa. Rovati si dimette il 18 settembre, ma la ferita resta, così come il sospetto che Prodi punti ad allargare il suo potere anche oltre la politica.
In questo clima tutt’altro che sereno il governo affronta la finanziaria 2007 che nelle intenzioni del premier deve dare una «scossa» all’economia. Imponente l’entità delle risorse spostate: 33,4 miliardi, un terzo per i conti pubblici, e il resto in una serie di misure la più importante delle quali è il taglio del cuneo fiscale. Ma che sarà ricordata soprattutto per i cambiamenti alle aliquote Irpef, un’operazione di redistribuzione dei redditi che, alla prova della prima busta paga, perde anche il sostegno dei principali sponsor, cioè i sindacati.
Palazzo Chigi continua a pagare cambiali alla sinistra. Come quella sul ponte nello Stretto di Messina che in ottobre viene cancellato dalla lista delle opere da realizzare. E i radicali continuano ad accentuare il loro carattere di lotta, anche partecipando a cortei dalla sinistra antagonista, incassando, il primo dicembre, la vittoria più importante: il ritiro delle truppe dall’Irak. Il continuo braccio di ferro tra «radicali» e «riformisti» costringe il governo a dedicare un intero «conclave», quello di Caserta, a ricucire i rapporti. Per i moderati del centrosinistra doveva essere l’inizio di una «fase due» e invece segna le ultime tappe del calvario del governo.
Spuntano nuove divisioni, come quelle tra cattolici e laici sulle coppie di fatto, che a fine gennaio passano sotto il nome di Dico, senza il voto dell’Udeur. E si fanno sempre più forti gli scricchiolii in politica estera. Prima con l’allargamento della base militare Usa di Vicenza (con tanto di smacco di un ordine del giorno pro governo votato dal centrodestra e bocciato dalla maggioranza). Poi con le comunicazioni al Senato di Massimo D’Alema. Doveva essere un voto di routine, è diventato l’ultimo atto del secondo governo Prodi.