«Nove partner per Intra. Nozze fra 3 mesi»

Il delisting? «Dipende dalla contropartita»

da Milano

Il pressing è elevato ma il destino della Popolare di Intra non sarà scritto prima di «due o tre mesi». A stimarlo è il vicepresidente Ernesto Paolillo mentre le voci di un’Opa da parte della Popolare di Vicenza e l’interesse acceso da altri istituti, infiammavano il titolo in Piazza Affari (più 7,3% a 14,3 euro). In gara ci sono nove gruppi (oltre a Vicenza, Bipiemme, Popolare Etruria, Bper, Creval, Popolare Verona, Bpu, Veneto Banca e Popolare dell’Alto Adige), le cui proposte saranno valutate con l’aiuto di Mediobanca e «in base alle prospettive industriali», assicura Paolillo che in quattro mesi ha salvato Intra dal fallimento Finpart con una severa pulizia di bilancio.
Pop. Vicenza è in vantaggio?
«Assolutamente no. Il presidente Conti e io abbiamo terminato oggi il giro d’orizzonte con i potenziali partner incontrando il vertice della Popolare dell’Etruria. I presidenti dei nove gruppi in corsa hanno anticipato le proposte che dovranno essere ratificate dai rispettivi consigli entro lunedì».
Quante le proposte concrete?
«Credo che tutte le nove banche formalizzeranno le offerte. Nei giorni scorsi c’era qualcuno dubbioso ma l’interesse è cresciuto».
Come sono strutturate?
«Ci sono progetti di fusione totale così come proposte di entrare a fare parte di un gruppo più ampio. Offerte in contanti e altre basate sullo scambio azionario».
Come sarà fatta la scelta? I sindacati reclamano un advisor e chiedono garanzie per i dipendenti.
«Vista la complessità delle proposte e la necessità di paragonare azioni quotate e non quotate mi auguro che il cda si appoggerà a un advisor esterno. La banca ne ha uno bravissimo che è Mediobanca: trovo che potrà aiutarci a individuare la scelta migliore».
Quale banca sarebbe più sinergica a livello territoriale?
«La presenza geografica non è l’unico punto discriminante».
Quale è l’aspetto irrinunciabile?
«Intra è una banca del territorio che come popolare ha uno rapporto vitale con le famiglie e le imprese clienti. Ecco perché una fusione totale che cancellasse il marchio e la sede del gruppo sarebbe immediatamente rifiutata».
Accettereste il delisting?
«Dipende da quale è la contropartita. L’aggregazione deve creare valore per i soci, per la clientela e per i dipendenti. Cui si devono i sacrifici che hanno permesso lo sviluppo di questo gruppo».
Quando ci saranno le controdeduzioni di Bankitalia?
«Tra un mese perché la Vigilanza deve valutare i dettagli del piano industriale che sarà sviluppato sulla base delle eventuali nozze».
E il destino di Intra?
«Saranno necessari due o tre mesi. Mercoledì il cda dovrebbe sottoporre una rosa di proposte all’advisor. In una decina di giorni sarà poi compilata una short list da inviare a Bankitalia. Quest’ultima dovrà valutare anche il supporto che ciascun gruppo potrà assicurare rispetto alla ingente massa di incagli e sofferenze che oggi pesano sui conti di Popolare Intra».
Cosa è cambiato con la nomina di Draghi in Bankitalia?
«La Vigilanza ha meccanismi collaudati. Se, come è probabile, vi saranno novità di indirizzo emergeranno nei prossimi mesi».
Come evolverà il risiko?
«Il sistema bancario italiano vedrà un consolidamento inevitabile. Il volume degli investimenti e la concorrenza sui costi saranno sostenibili solamente a fronte di aggregazioni. Questo vale anche per le piccole popolari, ci sono troppe spese di struttura: la soluzione potrebbe essere un sistema federativo o di gruppo che assicuri autonomia alle singole banche».
Perché la «Superpopolare del Nord» è rimasta inattuata?
«Finora le aggregazioni sono state realizzate quando uno dei due partner era in difficoltà. Realtà solide come Bpm, Bper o Bpu non vogliono rinunciare alla propria autonomia ma quando la competizione diverrà maggiore, la situazione cambierà».
Crede che gli stranieri aumenteranno la concorrenza?
«Non nell’immediato, i gruppi esteri devono gestire la situazione ma poi importeranno schemi che comprimeranno i margini».
Rinuncerebbe al voto capitario per attirare i fondi?
«Da ex direttore generale di Bpm posso dire che ogni volta che il gruppo è andato sul mercato i capitali sono giunti in quantità. E questo vale anche per l’ultimo piano industriale che ho firmato».